di - 31 dicembre 2016

Con Cardini sulla Via della Seta

Franco Cardini quell’anno si era tagliato i capelli a zero e si era presentato all’aeroporto di Fiumicino con il chiodo di pelle nera. Sembrava Tamerlano – non a caso. Era la primavera del 2012 e si andava in Uzbekistan. Addirittura avemmo la lieta coincidenza di fare tappa a Shahrisabz città natale di Amir Timur nel giorno del compleanno del principe timuride, cioè Tamerlano. Non sapevo che quel viaggio avrebbe dato vita a un libro. E adesso ho tra le mani il prodotto di quell’odissea vissuta sulla Via della Seta, un percorso alla ricerca dei posti che videro protagonista un condottiero che in epoca medievale terrorizzò anche l’Occidente, tanto che Tamerlano fu citato pure da Machiavelli nel Principe. Si intitola Samarcanda – Un sogno color turchese (Il Mulino) ed è una lunga cavalcata verso una città che “suscita immediatamente il senso di infinita lontananza dei luoghi della fiaba”.

Corri cavallo…
Samarcanda è così mitizzata “perché c’è una lunga tradizione letteraria sulla città – spiega oggi Franco Cardini – che è diventata nota al grande pubblico italiano quando si è sentita la canzone di Vecchioni che il cantautore riprende da un’antica storia persiana passata poi nella letteratura russa. Samarcanda è individuata come il luogo del destino. Durante i secoli, nell’inconscio collettivo, si è radicato questo alone di posto remoto che non c’è intorno a Pontassieve, e nemmeno intorno a Catanzaro”.
Il libro è dettagliatissimo e costruito non soltanto su una consistente bibliografia: ci sono dentro anche accenni a esperienze che riconosco, appunti del nostro viaggio del 2012. Ma Cardini non prendeva appunti. Se ne stava accanto al guidatore con gli occhiali da sole ben calcati sul naso e ogni tanto gli rivolgeva qualche domanda in russo. Rustam, l’autista tagiko, guidava imperterrito tra buche e voragini. Ogni tanto si fermava a sputare la sabbia che mangiava dal finestrino aperto. Guidava sempre al centro della carreggiata perché – spiegava – è preferibile andare a sbattere contro un’altra macchina che infilare con le ruote nel fossato laterale: nel primo caso si divide la colpa in due; nel secondo caso la colpa è solo tua, ed è pure difficile venir fuori dal fosso. Anche Rustam, nonostante per lavoro visitasse Samarcanda almeno tre volte al mese, diceva che ogni volta che vede il Rajastan (la piazza con i tre monumenti più belli e imponenti) si emoziona. Verrebbe voglia di sapere quale città oggi corrisponde a Samarcanda al tempo del suo massimo splendore. “È difficile fare paragoni – dice Cardini – e dipende a quale tipo di attualità si vuole alludere. Tra le città contemporanee ce ne sono tante che hanno caratteristiche architettoniche forti, ma non hanno un rapporto forte con la tradizione letteraria. Nel tempo lungo, perché ha avuto modo di radicarsi, forse qualcosa del genere l’ha esercitata New York, e forse anche Parigi, in un altro senso. Ecco, New York e Parigi sono le città occidentali che hanno avuto più una eco condivisa e potrebbero corrispondere a quello che è stata Samarcanda”.

Uzbekistan e Karimov
Attualmente l’Uzbekistan, la nazione che ospita questa città di sogno, attraversa un momento delicato, specie dopo la morte di Islom Karimov, che da ultimo segretario sovietico era diventato presidente in “libere” elezioni fino alla morte, avvenuta proprio in questo 2016. I rapporti con i vicini non sono brillanti. Per esempio, con il Kazhakistan c’è una competizione sullo sfruttamento di alcune materie prime, come il gas, e una gelosia per chi abbia migliori rapporti con la Russia.
“Dopo la scomparsa di Karimov – segnala Cardini – il governo credo sia in mano a parenti o ai suoi ex-collaboratori. La famiglia Karimov è una famiglia allargata piuttosto potente. Ha un sacco di proprietà. C’è una specie di regime familiare a partito unico e sostenuto bene dalla classe dirigente. Ma questo durava da prima della fine dell’Unione Sovietica e nell’immediato non vedo grandi possibili cambiamenti. Anche perché in un modo o in un altro questi cinque stati dell’Asia Centrale sono ancora ben legati alla Russia. È vero che da una decina di anni si parla di una linea neo-panturca, sostenuta da Erdogan, ma questo era evidente finché la Turchia aveva una linea contro Putin. Mentre adesso, col nuovo accordo tra Russia e Turchia, Erdogan non andrà certo a disturbare l’equilibrio dell’Asia centrale”.
Il libro ha una svolta importante dal capitolo ottavo, quando Cardini comincia a entrare nei dettagli storici più contemporanei. Dal cosiddetto “Grande Gioco” fino ai rapporti dell’Unione Sovietica con le repubbliche a sud della “madre Russia”, tra cui proprio l’Uzbekistan. È qui che si legge di un’altra Samarcanda e di questioni più stringenti con l’attualità: il dissidio tra ateismo bolscevico e religione islamica, il controllo russo sopra le popolazione e la scelta dell’uzbekistanizzazione a discapito delle popolazioni tagike o del Turkmenistan. Non è un caso che durante il nostro viaggio, mentre si attraversava la vecchia Via della Seta, carrarmati turkmeni si erano posizionati al confine sud dell’Uzbekistan. La causa di questa dimostrazione offensiva era la notizia che le autorità uzbeke avevano fatto sterilizzare qualche decina di migliaia di adolescenti turkmene residenti in Uzbekistan. Un modo brutale per interrompere la possibile nascita di nuovi avversari. Azioni forti che la Russia non ha mai criticato. “Certo – dice Cardini – c’è un interesse da parte di Putin a mantenere ancora un qualche controllo su quelle repubbliche ex-sovietiche. L’Uzbekistan è dentro alla confederazione degli Stati indipendenti. Anche se cresce l’uso dell’alfabeto latino e la voglia di alcuni di avvicinarsi maggiormente alla Turchia. Ma niente cambia nei rapporti con la vecchia “madre” Russia. Il resto non dà particolari problemi, in una regione musulmana, dove l’Islam non è fondamentalista. E anche Karimov aveva sempre tenuto a bada i movimenti radicali. Del resto non c’è una tradizione di Islam radicale perché la religione in Uzbekistan è di origine sufi, molto tranquilla e accomodante nei confronti dei poteri. Tuttavia è pur vero che questa di oggi è una situazione mobile”.

Finale
Cardini ha ragione. La grande incertezza di oggi, con attentati terroristici, embarghi, dissidi diplomatici e una politica che trova difficile argomentare parole di pace, limita i viaggi di piacere di tanti europei che quasi eliminano dalle mete turistiche tante destinazioni del Medio Oriente e dell’Asia centrale. Eppure Samarcanda è ancora bellissima. Anche Alessandro Magno (che la chiamava Marakanda) disse di esserne rimasto impressionato per la magnificenza. Samarcanda turbò a tal punto Gengis Kahn che decise di distruggerla nel 1220, per impedire potesse sgualcire l’anima dei suoi fieri soldati. E toccò poi a Tamerlano ricostruirla, più splendente di prima, nel 1370, fino a farne la più bella capitale dell’Asia.