di - 31 gennaio 2017

Adamo ed Eva ai tempi dei CEO

Dopo decenni di proteste sono riuscite ad emanciparsi, sconfinando dal territorio loro attribuito, ovvero le mura domestiche, per popolare i luoghi più diversi: banche, ospedali, basi aerospaziali, amministrazioni pubbliche. Il vederle più spesso, però, non ha risolto il quesito più antico del mondo, che collega Adamo a Trump: ma che cos’è e soprattutto a cosa serve la donna? Nella maggior parte dei casi i maschietti provano curiosità per il sesso opposto sin dalla più tenera età, tuttavia non ve n’è ancora uno che sia riuscito a trovare risposta soddisfacente.

Tranne lui. Giovane, di nazionalità cinese e con una buona posizione lavorativa. Si tratta di Luo Mingxiong, investitore dell’azienda Jingbei Investment, che durante un seminario, con poche semplici parole, fa il sunto del maschilismo. Secondo il manager l’unico punto a favore della donna è che è di gran lunga meglio degli uomini nell’accudimento dei bambini. Questo è tutto, però. Per cui mi raccomando, non fate mai e poi mai investimenti con aziende dove il CEO è donna o che conta  un consiglio di amministrazione popolato da figure femminili. Questa, per l’amministratore delegato, è la chiave del successo.

Luo potrà rimanere convinto delle sue affermazioni, ma se siete imprenditori vi conviene aggiornavi, perché i numeri sembrerebbero parlare una lingua diversa. Facendo una rapida ricerca emerge infatti come, tra le aziende S & P, le 500 a maggiore capitalizzazione del pianeta, ce ne siano diverse capeggiate da una donna. Per fare solo qualche esempio, tra le più influenti ci sono Mary Barra, che recentemente ha preso le redini della General Motors; Meg Whitman, CEO di Hewlett-Packard definita dal New York Times papabile come Presidente degli Stati Uniti e Indra Nooyi, volto della Pepsi da dieci anni. Per lei raggiungere questo traguardo è stato ancora più complesso perchè oltre ad essere donna è di origini indiane.

E in Italia? Anche nel nostro Paese stiamo registrando un cambio di tendenza: i board ora valorizzano e promuovono la diversity (non solo di genere). In cinque anni i consigli di amministrazione che includono donne sono passati dal 7 al 30% del totale. E le figure femminili, di conseguenza, sono passate da 283  a 617. Lo ammetto, nel nostro caso è stata forzata un po’ la mano perché senza la legge Golfo-Mosca, che ha introdotto la tematica relativa alle quote di genere, un miglioramento in questi termini avrebbe richiesto tempi tecnici più lunghi. Vero è anche che per adesso esiste un gender gap, ovvero un dislivello in senso salariale a parità di ruolo, ma la legge permette qualche manovra. Quindi che dire get ready, mr Lou.