di - 8 febbraio 2017

Scrivimi ancora

Il mio tallone d’Achille da bambina è sempre stata la grammatica italiana. Ricordo ancora quando, in vista dell’interrogazione in classe, cercavo di prepararmi con l’aiuto del libro di testo, che conteneva  quei dannati specchietti. Il risultato? Quello di fare scena muta alla lavagna. Nelle mie orecchie echeggia ancora  l’appellativo che l’insegnate di italiano delle elementari era solita ripetere come un mantra, riferendosi all’intera classe: oche ammaestrate. Poi, crescendo, ho maturato le capacità necessarie per padroneggiare la lingua e le cose hanno preso tutt’altra piega. Per mia fortuna.

Il popolo italiano ha un conflitto irrisolto con la lingua natia, che nasce dall’unificazione del Paese e continua a trascinarsi ancora sui banchi di scuola. Non è un segreto che diversi studenti durante il percorso scolastico non riescano a costruire un rapporto con l’italiano e di conseguenza a sviluppare le competenze necessarie. I soliti indignados si sono svegliati qualche giorno fa, quando è stata resa pubblica la lettera firmata  da 600 professori universitari e destinata a presidente del Consiglio, ministra dell’Istruzione e Parlamento. Gli studenti, si legge nella lettera, fanno errori da terza elementare, sono carenti su tutti  i fronti: lessico, grammatica e sintassi.

Da domenica è stato tutto un coro all’unisono di “dagli all’untore”, facendo riferimento al corpo docente. La colpa, secondo il villaggio digitale inferocito che abita i social media, è infatti da attribuire agli insegnanti. Insomma, qualsiasi cosa facciano non va mai bene: un giorno i compiti assegnati sono troppi (ricordate il padre che “aveva insegnato a vivere” a suo figlio?), il giorno dopo non si accorgono degli atti di bullismo, quello dopo ancora sono incapaci di insegnare le basi della lingua.

Tra le pecore “nere” del gregge compare la testata Left, una delle poche che analizza con lucidità la notizia. No, i professori non si girano i pollici dopo le ore di lezione quotidiane. C’è il collegio docenti, le lezioni e le verifiche da preparare per le giornate successive, magari per più classi, il registro elettronico da compilare ecc ecc. Oltre che una moltitudine di procedure burocratiche da sbrigare. Questa è la motivazione più semplice da spiegare e forse anche da comprendere. La seconda motivazione, motore della trasformazione del metodo di insegnamento, è che oggi non si vuole più una scuola che formi ma che prepari al lavoro. Lo hanno voluto diversi governi, che hanno preparato il terreno con le innumerevoli riforme, lo vogliono i genitori, che si indignano se il professore non è capace di insegnare ma si alterano ugualmente quando l’insegnate “regala” un’insufficienza ai loro figli. Ma sopratutto lo vogliono gli studenti. Non avete mai sentito la frase “a cosa mi serve la matematica se un giorno andrò a lavorare?”. Ecco, pensateci.