di - 11 febbraio 2017

Sanremo 2017 | flip e flop

“Io non intendo pagare il canone. Per cosa, poi, per guardare il Festival di San Remo”? Questo il tormentone che spopola ogni gennaio, quando “mamma Rai” presenta il conto da saldare. Insomma, a parole nessuno segue il Festival della canzone italiana. Peccato che poi i numeri riportati da Auditel dimostrino il contrario: la prima serata dell’edizione 2017, dati alla mano, ha coinvolto oltre 11 milioni di telespettatori, mentre le successive hanno guadagnato rispettivamente il 46,6 %, 49,7% e 45,68% di share .

Questi risultati sono merito del restyling messo in atto negli ultimi anni, che mira a coinvolgere una fetta sempre più larga di giovani. Si è cominciato aprendo la gara anche a cantanti provenienti dai talent fino a eleggere a conduttrice Maria De Filippi, che ha fatto suo il format del Festival e lo ha trasformato a partire dalle modalità di intervista degli ospiti. Che Sanremo sia stato contaminato da C’è posta per te si nota subito, anche perchè Maria resta ingessata nella sua conduzione da talk show.

Come ogni Sanremo che si rispetti, ci sono momenti riusciti e pacchianerie. Nota positiva è stata quella di pensare ad un palco che, oltre ad ospitare star italiane ed internazionali, desse visibilità a tematiche di rilievo sociale.  Faccio riferimento in particolare alla prima serata, quando il teatro Ariston si è alzato per omaggiare coloro che hanno avuto un ruolo chiave nelle vicende di Amatrice e Rigopiano, ovvero i rappresentanti di Guardia di finanza, Croce Rossa, soccorso alpino, esercito, protezione civile e vigili del fuoco. Altro importante segnale è il fatto che quest’anno il Festival sia visibilmente rainbow. Tra ospiti e interpreti infatti tre sono i cantanti che si sono avvicendati sul palco: Tiziano Ferro, Ricky Martin e Mika, che si è esibito scegliendo un pezzo di George Michael, recentemente scomparso.

Poco efficace, invece, l’intervento di Diletta Leotta, che ha vagamente accennato al tema del cyber bullismo durante la serata di apertura. Colpa anche del poco tempo dedicatole, circa una manciata di minuti, ma il messaggio è stato trasmesso in maniera troppo debole, tanto che diverse testate, anziché soffermarsi su quanto affermato dalla conduttrice sportiva, hanno dedicato spazio esclusivamente alla sua mise. Certo, Diletta conduce un programma sportivo quindi ci mancherebbe che non venissero fatte due battute sul calcio. Ma che senso ha buttare la frase “è giusto che tutti devono sapere cosa si può e cosa non si può fare con la tecnologia” in tre ore di evento senza dare un seguito alla tematica?

Bocciata in toto la gara dedicata alle cover, che sembra essere stata inserita con l’unico scopo di allungare il brodo. Sono proprio quest’ultime a rivelare la debolezza del Festival e della cultura musicale popolare italiana: di fatto l’iniziativa dovrebbe promuovere l’innovazione in campo, come ad esempio fa l’EuroVision, ma a differenza di altri festival musicali, Sanremo rimane aggrappato con tutte le forze al passato. Lo prova anche il fatto di aver ammesso in gara cantanti come Al Bano, che è alla sua 15° partecipazione e Gigi D’Alessio. Quasi quasi sarebbe stato più ragionevole far gareggiare Keanue Reeeves, che ha dimostrato di sapersela cavare con il basso.

In definitva: sì, la maggior parte delle ospitate sono state gradevoli (a parte un Totti visibilmente infastidito) ma arricchire il piatto forse non basta per far fare dei passi avanti ad un’iniziativa che ha una lunga tradizione e che, rispetto alle sorelle oltreconfine, appare come un lento pachiderma.