di - 27 febbraio 2017

“Gli ospedali non devono obiettare”. Lo Stato laico unica garanzia di libertà.

Nei giorni scorsi ho polemizzato, su Fb, contro quei Vescovi e la confusa Ministra della Sanità, Lorenzin, che hanno attaccato la sacrosanta scelta della Regione Lazio di assumere due medici che garantiscano le interruzioni di gravidanza all’Ospedale pubblico San Camillo, un diritto che è sancito da una legge dello Stato e confermato da un referendum popolare. Un ex democristiano, dopo aver definito quella scelta “concorso in omicidio”, ha definito il sottoscritto laico intollerante (sigh!) per gli argomenti che ho speso a difesa della laicità dello Stato contro le interferenze di sedicenti cattolici. A corto di argomenti il buon vecchio e navigato ex democristiano mi ha ovviamente definito “comunista” (per darmi dello stalinista credo aspetti la lettura di queste note). Naturalmente non voglio polemizzare oltre con chi già è travolto dalla povertà dei propri argomenti, ma voglio cogliere quel pretesto per dire con forza che la laicità delle nostre istituzione non è una conquista scontata e formale. La laicità è un modo di governare che deve essere sempre vigilato e garantito. Ho da sempre rispetto per coloro che credono, anche se conosco bene la fatica esistenziale di chi non ha il conforto di una fede, quel vivere : “…nel mondo come se Dio non ci fosse, etsi Deus non daretur, prendendosi sulle spalle le responsabilità di Dio…”; esortazione che, da credente, Bonhoeffer rivolge proprio ai credenti, perché affermino una migliore e più disinteressata capacità di misurarsi con le sofferenze dell’uomo. Proprio il rispetto per la religiosità (e non il contrario) mi porta a considerare un valore fondamentale il nostro essere uno Stato laico. La possibilità che il sentimento religioso si manifesti in tante diverse espressioni e modalità impone che le istituzioni pubbliche siano laiche; cioè siano in grado di garantire la libertà del credere, ma anche la libertà dal credere. Ma non c’è atteggiamento laico credibile, se non si rivendica “quotidianamente” l’autonomia della politica dalla religione e, quindi, il diritto di esprimere dissensi anche fermi nei confronti di ogni tentativo della religione di farsi norma di Stato. Questo principio dovrebbe essere alimento essenziale, discrimine insormontabile per qualsiasi partito che si definisca riformatore o progressista. Con efficacia, il filosofo liberale Rawls afferma che alla religione deve essere garantito certamente un ruolo nel discorso pubblico, ma ponendo la cosiddetta “clausola condizionale”, cioè la disponibilità a “subire” la razionalità degli argomenti contrari, rinunciando cioè ai cosiddetti “principi non negoziabili” che, come tali, negherebbero alla radice il valore ai pensieri altri; negherebbero l’essenza della laicità, arrivando allo stato confessionale. Perciò non condivido l’atteggiamento timido, quasi omertoso (e piuttosto opportunista) che, spesso, e anche nei giorni scorsi, molti esponenti dei partiti cosiddetti di sinistra o riformatori (anche donne) hanno tenuto in occasione delle polemiche clericali contro la Regione Lazio per l’assunzione dei due medici finalizzati anche alle interruzioni di gravidanza. Ogni singolo cattolico decida di apprezzare o meno quei modi di ragionare, ma chi si definisce progressista (e di sinistra) non può tacere. Trovo poco commendevole che si citi il Papa o la Chiesa, quando usano argomenti che ci piacciono e si finga di non sentire quando, invece, aggrediscono acquisizioni essenziali della laicità. Né vale il discorso (spesso usato come alibi) che, oggi, la priorità sta nella crisi economica; prima di tutto perché non capisco quale sarebbe l’incompatibilità “fisica” tra discutere di testamento biologico, diritto ad una morte dignitosa o di aborto e le misure contro la crisi economica. In ultimo, perché la crisi economica, nella sua dimensione planetaria, rischia davvero di alimentare “idee oscure”, cioè scorciatoie irrazionali, nel momento in cui si rinuncia all’affermazione, in ogni sede ed occasione, del valore della persona e della sua dignità, della parità uomo donna, del libero arbitrio, della razionalità e dell’autonomia della scienza, della laicità delle istituzioni, cioè di quei valori che sono la grande conquista della nostra modernità. Chi sceglie il silenzio o l’omissione ad evidenti tentativi di ledere la laicità ed i suoi valori non mi piace; tanto più se svolge funzioni di governo e si definisce di sinistra. Infatti, penso che i progressisti debbano continuamente far sentire la loro voce a difesa della laicità, che non è un obiettivo programmatico, come tale sottoposto alla mediazione, ma costituisce un fondamento della nostra democrazia. A coloro che cercano di argomentare contro questo ragionamento, invocando una presunta prevenzione nei confronti della cultura cattolica, voglio citare due esempi cristallini. Alcide De Gasperi, di fronte al rifiuto di un’udienza papale privata dopo la sua opposizione a una lista comune della DC con monarchici e post-fascisti, nel giugno 1952, si rivolse all’ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede, con queste parole: “…Come cristiano accetto l’umiliazione, benché non sappia come giustificarla; come Presidente del Consiglio e ministro degli esteri, l’autorità e la dignità che rappresento e di cui non mi posso spogliare, anche nei rapporti privati, m’impone di esprimere stupore per un rifiuto così eccezionale e di riservarmi di provocare dalla Segreteria di Stato un chiarimento…”. Aldo Moro, dopo la sconfitta sul referendum sul divorzio, si rivolse ai cattolici perché testimoniassero la loro fede nella società, piuttosto che cercare di imporre il loro punto di vista con lo strumento della legge; ragionamento che sembra un po’ riecheggiare il De Marchi, che, nello splendido “Cappello del Prede”, scrive: “…Voglio dire che il buon cristiano non deve tanto guardare al suo diritto quanto al suo dovere…”. Insomma, già nell’altro secolo (ed  anche in quello prima), c’era il senso pieno di cosa sia la laicità; di come la religione e la politica siano autonome e la prima non può affermarsi attraverso la seconda, ma deve essere messa in grado di operare e convincere nella società, con la forza delle idee e non della legge. Questa è la nostra vera arma anche contro gli integralisti, a partire dagli integralisti del terrore.

PS: ho scritto questo intervento, poche ore prima che un giovane musicista milanese decidesse di andare a morire in Svizzera, perché in Italia un oscurantismo perdurante (complice una politica pavida) impedisce di legiferare a favore del diritto di scegliere la “dolce morte”. A riprova che di laicità abbiamo più che mai bisogno.