di - 2 marzo 2017

L’intelligence italiana

La relazione annuale dei Servizi di informazione e sicurezza al Parlamento, obbligo di legge dopo la “riforma” del 2007, è stata pubblicata da pochissimi giorni. È redatta ufficialmente dal DIS, Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza, la struttura che coordina i rapporti tra quello che oggi si chiama AISE (il vecchio Sisde) e l’AISI, che si chiamava Sismi. I punti che vengono trattati dalla Relazione 2016 sono tanti e importantissimi, sempre con uno stile freddo, tra il burocratico e il matematico, un modo di comunicare che è tipico dell’intelligence italiana.

La relazione “sulla politica dell’informazione per la sicurezza”, così si intitola ufficialmente il testo, afferma in primo luogo che è possibile, in futuro e in Italia, un grande attentato terroristico, compiuto soprattutto da figure riconducibili al cosiddetto “stato islamico”. Peraltro, secondo stime ancor oggi riservate, i foreign fighters del califfato di cittadinanza italiana sono 16, alcuni con cittadinanza doppia. Altri 20 sono i militanti jihadisti “sociologicamente” italiani operanti nel “califfato”, mentre sono addirittura 78 i foreign fighters che sono stati all’origine immigrati regolari in Italia. Circa 120 persone, quindi, ai quali vanno aggiunti i 123 soggetti espulsi per motivi di ordine e sicurezza pubblica dal 2015 ad oggi.

Proprio grazie alla crisi militare evidente dell’Isis tra Siria e Iraq, in un momento in cui lo “stato islamico” ha perso circa il 50% del suo territorio iniziale, è probabile che molti foreign figthers decidano di non partire e quindi di mettere in atto il jihad direttamente sul suolo italiano. Se quindi è sempre difficilissimo prevedere le azioni dei “lupi solitari” della guerra santa, che si muovono soprattutto sul web profondo e con reti di comunicazione e motivazione al jihad molto informali, è però evidente che, finora, le forze di sicurezza italiane sono state capaci, diversamente da altri Servizi europei, di prevenire tutte le operazioni del jihad sul nostro territorio. Conta l’esperienza costruitasi contro il terrorismo rosso e nero negli “anni di piombo”, la penetrazione stabile del territorio da parte della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri, conta infine il forte collegamento che, diversamente da quanto accade nel resto d’Europa, vi è tra Servizi e Forze operanti sul suolo italiano.

Nella relazione manca (ma è giusto che sia così) un’analisi approfondita del caos libico, in cui in nostri Servizi operano sia con reti informali sia con militari sul campo.

Il problema, oggi, per tutte le Agenzie occidentali, è la mancanza di un nesso fiduciario ma, soprattutto, tecnico e strategico con le classi politiche, spesso inadeguate e incolte. O, peggio, asservite a interessi esterni.

Per quanto riguarda l’immigrazione, il DIS fa notare, nella sua relazione annuale, che il vero problema è la falsificazione dei documenti, che riguarda almeno il 78% dei casi e non permette, quindi, di valutare la reale pericolosità di singoli immigrati che abbiano motivazioni jihadiste. Quando i politici affermano con sicumera che tra i migranti non ci sono terroristi, dicono quindi il falso, o almeno dicono cose avventate. Non sappiamo se ci siano terroristi o meno, ma ci sono stati casi di rilievo che confermano l’uso dell’immigrazione, legale o illegale, come canale di penetrazione del “jihad permanente” in Italia, guerra santa in fieri che si divide tra agenti di influenza e “motivatori” e jihadisti veri e propri. Inoltre, dato che l’immigrazione illegale è il grande affare del secolo, “più della droga”, come già affermavano gli imputati per “mafia capitale”, è ovvio che i politici e le loro strutture per il reperimento dei finanziamenti siano interessate, appunto, al grande affare.

Per quel che riguarda la sicurezza energetica, visto che la stessa Relazione dei DIS ci ricorda che siamo dipendenti dalle forniture estere per il 90% del nostro fabbisogno, è aumentata la diversificazione dei fornitori, mentre la rete ENI-NOC in Libia è rimasta sostanzialmente intatta, grazie anche alla politica autonoma di sicurezza messa in atto dal nostro Ente petrolifero, anche in relazione alla NOC, la società libica di Stato per gli idrocarburi. In Libia siamo impiccati all’accordo con il governo di Fajez al Serraj, che comanda appena nel suo palazzo sul lungomare di Tripoli, mentre la Federazione Russa ha fatto l’accordo con le armate dell’”Operazione Dignità” di Khalifa Haftar, sostenute da Egitto, Turchia, Francia e Arabia Saudita e apre al governo avversario di Tripoli, quello di Khalifa al-Gwell, che ha promesso una base militare in Cirenaica ai russi. Siamo la patria del Machiavelli, ma l’insipienza onusiana ed europeista dei nostri politici ci obbliga a stare dalla parte dei “profeti disarmati”.

Per quanto riguarda la criminalità organizzata, la Relazione dei Servizi punta il dito sulle tradizionali aree di penetrazione dell’economia illegale: il gioco d’azzardo e in particolare quello on line, lo smaltimento dei rifiuti, la green economy, dove infatti si trovano gran parte, oggi, degli investimenti della cosca mafiosa di Matteo Messina Denaro, l’edilizia, e soprattutto il movimento terra, monopolio di fatto della ‘ndrangheta, ma soprattutto gli appalti pubblici, oggi come ieri l’asse dell’economia nera e grigia nazionale. Secondo la relazione del DIS, il fenomeno è in aumento, mentre l’indicatore della penetrazione dell’economia illegale in quella “bianca” è dato dall’elevatissima quota di corruzione tra i burocrati e i funzionari pubblici. Ben maggiore di quella dei tempi di “mani pulite”. La differenza tra Prima e Seconda Repubblica è infatti il passaggio dei canali corruttivi dalla classe politica a quella amministrativa e burocratica.

In sostanza, una buona relazione, che propone spesso soluzioni efficaci e di buon senso a una classe politica tecnicamente incapace, spesso, di gestire e comprendere l’attività di un Servizio.