di - 6 marzo 2017

Tris di segretari

I grandi gruppi editoriali nazionali hanno mollato Matteo Renzi. L’Espresso-Repubblica aveva cominciato con l’intervista di Eugenio Scalfari a Walter Veltroni e ha proseguito con una legnata pazzesca con l’inchiesta che vede coinvolti Tiziano Renzi, Lotti e Verdini, pompata in prima pagina dell’Espresso col titolo “Il giglio nero”. Il Corriere della Sera ha intervistato il primo competitor di Matteo Renzi, il Guardasigilli Andrea Orlando, e dall’impaginazione (con la foto del premier Gentiloni a Domenica In con Pippo Baudo) sembra proprio che abbiano scelto il loro cavallo.

Che succede adesso? Succede che si è sfilata dalla corsa per la segreteria del partito organizzato più malato d’Italia, cioè il PD, una giovane donna di Torino che prima aveva fatto un passo avanti, ma che non ha consegnato le firme per la candidatura. Così ecco calato il tris: Matteo Renzi, Andrea Orlando, Michele Emiliano. Nessuna sorpresa alla scadenza delle candidature, nessun ‘outsider’ si inserisce in una sfida già entrata nel vivo e tanto accesa che si cerca in queste ore una “tregua”. E così, a meno che nella prima fase congressuale tra gli iscritti – si chiuderà il 9 aprile – uno dei tre non raggiunga il 5% dei voti validi, saranno ammessi tutti e tre alle primarie in programma il 30 aprile. E a quel punto ogni scenario è aperto: i competitori scommettono che l’ex segretario Renzi, fiaccato dai riverberi dell’inchiesta Consip, possa non raggiungere il 50% dei consensi nei gazebo e possa essere messo in minoranza nell’assemblea che dovrà eleggere il segretario. Ma l’ex premier si mostra tutt’altro che “intristito” e prepara il suo rilancio dal Lingotto: “Se qualcuno pensa che qui ci sia gente che si impaurisce o si rassegna, ha sbagliato indirizzo!”.

 

La ricandidatura di Renzi alla segreteria è l’ultima a pervenire al Nazareno, alle 17.50, a soli dieci minuti dal termine delle 18. Ma, afferma chi ha raccolto le firme, è supportata da una valanga di sottoscrizioni, fino a 40mila. Il segretario ha dalla sua anche la maggioranza dei ministri (da Minniti a Pinotti e Franceschini) e dei parlamentari: circa 200 deputati e 58 senatori, 8 in più del 2013. L’ex segretario nella bozza della sua mozione parla della necessità di ripensare l’organizzazione della “militanza” Dem, abbandonando l’idea del partito liquido e bocciando il partito “privato” ma proponendo “partecipazione orizzontale, trasparenza e responsabilità pubblica”. Renzi, a differenza degli avversari, resta convinto che le figure di segretario e candidato premier debbano coincidere. E vuole più integrazione politica in Europa, col traino di Italia, Francia e Germania. Quanto al resto, a partire dalle ricette per l’abbassamento delle tasse (giù l’Irpef ai giovani, anticipa Nannicini), rinvia al Lingotto dove questo weekend sarà elaborato il suo programma. All’evento dovrebbe prendere parte domenica anche Paolo Gentiloni. E a lui Renzi plaude all’indomani dell’annuncio di taglio del cuneo fiscale. Quanto all’orizzonte di fine legislatura indicato dal premier, i renziani spiegano che appare ormai il più probabile ma aggiungono che solo dopo il congresso Pd si potrà davvero dire.

 

Il congresso misurerà innanzitutto la forza dell’ex segretario dopo la sconfitta al referendum e l’inchiesta Consip che ha lambito, in modi diversi, Luca Lotti e il padre Tiziano. Qualche parlamentare renziano, più pessimista, afferma che ora l’obiettivo è arrivare al 50% più uno dei voti alle primarie, per evitare “ribaltoni” a favore di un altro candidato. Ma Renzi mostra di non volersi accontentare e ricorda che prima delle europee Grillo lo attaccò sul padre ma poi il Pd “prese il 40%”.

 

L’inchiesta Consip, afferma lo sfidante Andrea Orlando, deve restare “fuori dal congresso”. Ma Emiliano, pur ammorbidendo i toni, continua ad attaccare: “Renzi per Ignazio Marino a Roma non attese la sentenza”. E lo scontro si infiamma anche tra Orlando e Michele Emiliano: l’uno critica il doppio ruolo di candidato e magistrato, l’altro stigmatizza il doppio ruolo di ministro e candidato. “Conflitto d’interessi rispetto al caso Consip? Sono sereno”, commenta Orlando. “Se dovessi lasciare la politica chiederei di lavorare in un ministero, non tornare alla giurisdizione”, afferma Emiliano. Ma i toni di questi giorni spingono il capogruppo Pd al Senato Luigi Zanda a mettere fine agli attacchi personali e rispettare poi chiunque vinca le primarie. “E’ un auspicio che ho espresso nei giorni scorsi”, rivendica Orlando. “Sì ma nessuno usi argomenti scorretti”, risponde Emiliano, che su Twitter lamenta i toni dei “renzini”.

 

Orlando, unico ad andare in persona al Nazareno a depositare la sua candidatura, raccoglie 18mila firme a suo sostegno, inclusi 110 parlamentari. Con lui ci sono esponenti della sinistra come Cuperlo e Damiano ma anche lettiani e bindiani. Una composizione – sottolineano i suoi – che ricorda l’Ulivo. E Orlando cita quell’esperienza depositando 1996 firme (anno di nascita dell’Ulivo). Emiliano parte con circa 6000 firme e una manciata di parlamentari a suo sostegno (solo due senatori), ma rivendica il sostegno dal basso come un punto di forza: “Non ci sono molto deputati – spiega Francesco Boccia – perché una nostra proposta molto forte è cancellare i capilista bloccati”.