di - 12 marzo 2017

Nella vicenda Consip il solito italico confondere legalità ed opportunità

Siccome sono garantista da sempre, e lo sono stato prima di tutto con chi non la pensa come me, credo di poter fare alcune coerenti riflessioni sulla vicenda giudiziaria che riguarda Consip, la più grande stazione di appalti pubblici del paese. Do per scontato che i lettori di questo blog sappiano abbastanza di quanto accaduto, per cui da lì voglio partire per alcune considerazioni di carattere generale.  Come si ripete da tempo –ma di solito ci si “scandalizza” e seconda delle vittime- in quella vicenda si è attivato il solito circuito che dagli spifferi delle procure, passa per i giornali ed arriva alla politica, con il solito utilizzo improprio degli avvisi di garanzia, che diventano condanne a seconda di chi è avvisato ovvero di chi è amico di chi, con la conseguenza che molte (troppe) carriere politiche o professionali sono state compromesse da un uso improprio di uno strumento giuridico invece istituito a garanzia dell’indagato.

La mia prima naturale considerazione, perciò,  è che non possiamo caricare sulla magistratura o sulla stampa la responsabilità –diretta o indiretta, volontaria o involontaria che siano- di selezionare la classe dirigente. E’ vero che la politica da anni è debole, ma questo non può significare che debba rinunciare ad una funzione fondamentale come quella di definire progetti di governo e selezionare donne e uomini in gradi di realizzarli. Perché questo avvenga si rende tuttavia necessario recuperare la distinzione dei ruoli e il senso delle parole. La distinzione dei ruoli e delle responsabilità – ognuno è autonomo nelle sue competenze, ma nessuno deve invadere le competenze dell’altro-  costituisce un principio fondamentale della democrazia liberale; che vive di un equilibrio difficile ma necessario fra poteri ed ordini (“il potere arresti il potere”). Non meno importante è dare alle parole il giusto senso, usandole di conseguenza. Un atto pubblico può essere irregolare, però non necessariamente è illegittimo; un atto illegittimo non necessariamente costituisce la prova di un illecito ovvero di un reato. Questo vocabolario condiviso si rende ancora più indispensabile in un paese sommerso da leggi, leggine e regolamenti, integrati e corretti da sentenze e pareri che si rincorrono e spesso si sconfessano o contraddicono; cosicchè per chi svolge funzioni pubbliche commettere un errore diventa quasi fisiologico. Questo non significa certo giustificare ogni omissione e colpa, però presuppone ancora di più che si evitino giudizi sommari ovvero processi fuori dalle aule all’uopo deputate. Nella doverosa distinzione dei ruoli e di recupero di senso delle parole, la politica ha una sua specifica responsabilità. Intanto, deve costruire gli anticorpi affinchè sia difficile sbagliare prima che delinquere, restituendo al paese ed a chi amministra un corpus normativo semplice, essenziale e leggibile. Così come deve porre grande attenzione alle qualità ed alle competenze di chi seleziona per farsi classe dirigente.  Allo stesso tempo, nel  restituire senso alle parole, se un avviso di garanzia non è un reato, è altrettanto vero che la politica è il luogo dove si fanno valutazioni di opportunità, che vuol dire non dipendere dai percorsi giudiziari (almeno fino a condanne definitive);  ma  di contro vuol anche dire che certi comportamenti  possono essere considerati inopportuni e censurati anche in assenza di atti o addirittura esiti giudiziari. Qui, però, si arriva al nodo dei nodi. L’opportunità può essere (più o meno strumentalmente) sollevata da altri (avversari, osservatori o stampa), purtuttavia  sta tutta dentro le prerogative del singolo; l’opportunità ha una fisiologica relatività, non è un valore assoluto e scritto nelle tavole della legge. E’ costume, sensibilità, regole morali. E’ il singolo in rapporto con la sua coscienza che valuta e (se lo ritiene) attua il gesto opportuno. Certo può farlo dentro codici di comportamento che i partiti devono darsi, ma nessuno può spingersi a pretendere o decidere per la coscienza del singolo. Nella consapevolezza che, poi, il giudizio definitivo lo dà il giudice supremo, che, in democrazia, è il popolo. Il fondamentale nesso fra popolo e politica si chiama fiducia; tutto si gioca in quel rapporto e nessuno credo possa imporre niente. In politica, insomma, l’opportunità  si consuma dentro la coscienza/sensibilità  del singolo per poi confrontarsi con chi decide la sorte di un politico, l’elettore. Di quell’articolato e “intimo” rapporto non credo si possa non prendere atto, senza immaginare regole “imposte” o pretese dall’esterno (ricordando che stiamo soffermandoci su comportamenti genericamente  inopportuni anche se non illeciti).  D’altronde,  il rapporto fra politica e popolo  -come già scrisse Victor Hugo- vive di due diversi punti vista; il popolo guarda “con un altro occhio”. L’opportunità in politica forse è lo sforzo di cambiare occhi, guardando se stessi con gli occhi del “genere umano” (perché,  un po’ provocatoriamente, Hugo contrappone alla ragione di stato, ai governi, un popolo che chiama anche “genere umano”). Se non si può imporre la scelta di opportunità, è certo vero che si possono esprimere giudizi e, alla fine, consenso e voti; anche se accade spesso che i giudizi popolari siano di “assoluzione” dei comportamenti  che molti hanno ritenuto inopportuni. Ma  bisogna correre quel rischio. Oltre non è possibile spingersi. Oltre ci sono i tribunali del popolo, le condanne sommarie, le autocritiche in piazza. La barbarie insomma.