di - 2 aprile 2017

Noi siamo impastati anche di “male”

Nelle ultime settimane  si sono accumulati alcuni fatti di violenza che ci hanno lasciato più costernati che mai. Un gruppo di bulli ha massacrato un quindicenne coetaneo, un altro gruppo ha ucciso un giovane operaio  a sprangate ; altre due donne massacrate da presunti “amanti”; due bambini sono stati uccisi a martellate dal padre;  a Palermo un emarginato ha bruciato per gelosia un barbone che dormiva sotto il portico di un convento.  Mi ha colpito, a proposito di quest’ultimo episodio citato, un’intervista di Don Ciotti (prete impegnato da anni sulla difficile frontiera dell’emarginazione sociale) che ha puntato il dito su un clima culturale che demonizza gli ultimi. Mi ha colpito perché questa risposta a tutto questo male mi pare fin  troppo sociologica e perciò non mi convince. Non nego ovviamente che  la differenza di classe svolga un ruolo nel disagio e nella ingiusta diffidenza che gli ultimi –gli emarginati- provocano nei ben pensanti ma non solo. Non voglio certo trascurare le tensioni sociali ed anche emotive alimentate dalla grave crisi sociale del paese. Certo esiste un problema culturale di educazione alla differenza di genere o religiosa o razziale. Tuttavia tutte queste letture socio-culturali non spiegano tutto quel male. Penso invece che dobbiamo dirci la verità,  che peraltro  emerge proprio dal barbone bruciato vivo da un altro essere umano che viveva  ai margini della società. La verità è che il male (la cattiveria) è una dimensione dell’uomo, è parte del suo sentire, come lo è il bene. Non credo al male in senso religioso o oggettivo, cioè come altro dall’essere o semplicemente non essere ovvero “tentazione”  (il diavolo). Credo invece che il male stia dentro le opzioni morali dell’uomo. L’uomo si è dato dei codici comportamentali  (poi “imposti” per legge) proprio per contenere e governare la tendenza a produrre dolore all’altro cercando il proprio piacere. Lo sviluppo della nostra civiltà, in fondo, è tutto costruito intorno al continuo tentativo di trovare regole e istituzioni che consentano di ridurre al minimo il male, massimizzando il bene che, però, è una costruzione culturale e morale, che cambia continuamente con l’evolversi o l’involversi della società.  Kant a mio parere descrive perfettamente le radici umane del male, definendolo efficacemente come male radicale: “… ammesso  tutto ciò, potremo allora chiamare questa tendenza una tendenza naturale al male e, poiché bisogna pur sempre che essa sia colpevole per se stessa, potremo chiamarla un male radicale, innato nella natura umana (pur essendo, ciò non di meno, prodotto da noi stessi)…”.  Cioè per il grande filosofo della ragione  la “cattiveria” è una scelta che dipende dalla libertà, consistente nel subordinare  la legge morale (che ci diamo proprio per arginare il male) all’amore di se. Del resto, nello straordinario “Il Signore delle mosche” (che non a caso racconta di bambini e della crudeltà che li “conquista”) William Golding scrive: “… L’uomo produce il male come le api producono il miele…”. Non ne discende che dobbiamo rassegnarci al male. Però questo non significa neppure che possiamo esorcizzare il male, cercandone tutte le motivazioni  nella malattia sociale o individuale, nell’oppressione di classe o nella mancanza di una fede.  Quelle motivazioni  sono effetto  del male radicale prima che causa. Perché il male è una presenza ordinaria del nostro vivere quotidiano, dei i nostri gesti, dei nostri pensieri; il nostro stesso vivere si scontra ed incontra con opportunità di male come di bene. Il nostro essere è un impasto volubile di bene e di male, di bontà e cattiveria (la Arendt non a caso scrisse sulla “banalità del male)”. Da questa consapevolezza dell’immanenza del male dobbiamo trarre ragioni per produrre gli unici anticorpi possibili: l’educazione continua e critica, ma anche la capacità di aggiornare  la nostra morale con le morali che cambiano e si contaminano, cercando una tavola di valori minimi (universali?) condivisi. L’altra soluzione sta nel costruire una  società più giusta ed equilibrata, ma il male e il male più terribile, che è la guerra, sono e saranno nostre compagne di vita temo per tanto tanto tempo. Forse finchè ci saranno gli uomini; anche se vale la pena di lavorare perché ciò non avvenga. Far scomparire il male dalla storia umana è probabilmente un’utopia, però  è l’utopia più solida per dare senso compiuto  al vivere, alla ragione per cui siamo capitati al mondo. Che, in fondo, è un altro modo di chiamare l’amore.