di - 5 aprile 2017

Fenomenologia di Francesco Guccini

L’uomo circuìto dalle canzoni di Guccini è in fondo, fra tutti i suoi simili, il più sentimentale: non gli si chiede mai di diventare ciò che egli non sia già. In altre parole l’uomo montanaro di stanza a Pavana provoca in lui desideri studiati sulla falsariga di tendenze per nulla omologanti.

Stiamo parlando di un’ascoltatore attivo e critico che è persona sensibile e anche se non è stato al mitico Premio Tenco, controfestival di Sanremo, panacea e rimedio omeopatico per deboli di cuore, miopi e pseudo diabetici, potrà senz’altro apprezzare alcune delle migliori canzoni del Novecento italiano, a partire da Auschwitz, passando per L’Avvelenata, per arrivare ad Autogrill e Asia. Che sono tutte dell’omone barbuto, unico vero cantautore del nostro stivale italico, ormai rifugiatosi nella sua dimora sull’Appennino pistoiese.

Insomma, quasi a fine ottobre del 2015, Enrico de Angelis organizzò il Tenco tutto intorno a Guccini, come omaggio al suo 75° genetliaco, e occasione di mettere alla prova delle sue canzoni alcune tra le migliori voci nazionali mai passate dai talent televisivi, ma che hanno, nel tempo, costruito la propria carriera, più o meno importante, tra lacrime e sudore dei palcoscenici veri e reali dei club e delle piazze d’Italia. È proprio De Angelis a raccontare nel libretto allegato al doppio cd il suo timore nel comunicare al burbero montanaro che quell’anno il Premio avrebbe dedicato tutte le tre serate alla sua musica. Guccini, sempre un po’ adolescenzialmente oppositivo, dapprima borbotta qualcosa, poi dice che forse una sera sarà presente pure lui alla propria “celebrazione”. Infine, alla terza telefonata, dichiara perentorio: “Arrivo giovedì”, cioè fin dall’inizio. Il burbero, il Cyrano in carne e ossa, sa di essere un po’ commediante un po’ sincero, come la famosa telefonata del giovane Nanni Moretti quando dice: “mi noteranno di più se vengo o se non vengo?”. In fin dei conti Guccini, sotto sotto, è un po’ nerd un po’ hipster, un falso timido che sta anche zitto, ma quando apre bocca ti fulmina, che sta anche in disparte, ma quando si alza si fa notare. Per questo piace ancora. Per questo frotte di giovani si arrampicano spesso verso Pavana. Per questo il Tenco gli ha dedicato la tre giorni gucciniana, quella che un tempo, questi anziani della canzone d’autore, avrebbero definito una “kermesse” cantautorale, da cui è scaturito questo doppio cd per l’etichetta Alabianca.

 

Il primo cd si accende immensamente con la voce di Cristina Donà e la sua intensa interpretazione di Stelle (tratto dall’album “D’amore di morte e altre sciocchezze”, del 1996), pure se non è da sottovalutare il gioco tutto teatrale su Il pensionato (dall’album “Via Paolo Fabbri 43” del 1976) da parte di John De Leo. Da segnalare, inoltre, anche il buon lavoro dell’Orchestra giovanile Jazz di Paolo Damiani con un medley tra Quattro stracci e Cyrano, per la generosa voce di Camilla Battaglia.

Di questa prima parte le uniche canzoni che avremmo voluto sentir cantare ancora da Guccini (ormai deciso a mantenere fede al suo ritiro dopo la pubblicazione dell’album “L’ultima Thule” del 2012) sono Bisanzio (dall’album “Metropolis” del 1981) e Incontro (dall’album “Radici” del 1972). Mentre si sobbalza un poco ascoltando Radici, Canzone quasi d’amore, Cyrano dalla voce di Vanessa Tagliabue Yorke, alter-ego femminile di Francesco Guccini, non solo perché ha pure lei la “erre” moscia, come il Maestro e perché l’Orchestra Sinfonica di Sanremo è diretta dal ben presente fantasma guccianiano per eccellenza, cioè Vince Tempera. No, la Vanessa è proprio Guccini preso nel lato femminile. Almeno riguardo al canto – non vorrei incorrere in equivoci ed essere poi raggiunto da un dardo imbevuto nel lambrusco che parte dalla Caciosteria di Mimmo, piazzata a cento metri da casa Guccini…

L’apertura del secondo cd è notevole. Carmen Consoli dà un saggio strepitoso de Il vecchio e il bambino, e a seguire si segnala la profonda interpretazione della Canzone delle domande consuete di Tetes de Bois. Attualizzata ottimamente è Dio è morto, cantata da Mauro Ermanno Giovanardi, mentre Cesare Basile introduce bene le successive atmosfere musicali americane di Bocephus King e della “originaria” Deborah Kooperman, con La ballata degli annegati (dall’album “Folk Beat nr. 1” del 1967).

Alla fine di questa cavalcata musicale nella discografia di Guccini ci si rende conto che le melodie più originali, le interpretazioni più emozionanti e la scelta dei titoli più pertinenti sono fatti dalle donne. E finalmente scopriamo, mai quanto prima, come le canzoni così vetrose e austere offerte dalla voce del Maestro abbiano anche un lato femminile tanto affascinante.

Francesco Guccini viene alla musica italiana dalla provincia, come le migliori pepite, quelle umili e coscienziose. In una delle sue prime canzoni, la divertentissima L’antisociale, se deve fare una rima pertinente non usa la via più semplice, cioè la parola “puttane”, ma dice “le mondane”. Non per questo non ama la parolaccia o l’offesa: è stato uno dei pochissimi a saper usare in maniera mirabile l’invettiva. Soltanto c’è in lui una valorosa ritrosia a spiattellare simboli, a raccontare novelle: Guccini usa più abilmente metafore; non cerca fuori dal suo universo creativo gli stimoli necessari a comporre, e si addentra meglio di chiunque altro dentro un io che racconta, attraverso di sé, vicende, storie, culture.

Guccini non ha mai tradotto canzoni di altri, non ha mai preso a prestito testi da poesie di altri autori. Per esempio, ci fa capire tutta l’Antologia di Spoon River con un solo verso di Canzone per Piero (“è in gamba sai legge Edgar Lee Masters”). Che stile. Che bella cosa il pudore. Che meraviglia l’Italia, quando continua ancora a parlarci con le canzoni di un Maestro del Novecento, attraverso le voci più o meno giovani della nostra canzone d’autore.

 

(Chiedo scusa a Umberto Eco per aver usato/interpretato all’inizio di questo articolo il suo incipit di “Fenomenologia di Mike Bongiorno”. È stata una tentazione irresistibile).