di - 6 aprile 2017

Govanni Sartori, il vero politologo

Ho conosciuto Giovanni Sartori all’Istituto Universitario Europeo, dove io ero entrato come ricercatore e Sartori teneva un seminario. Iniziai subito a seguirlo, era quello con Sartori un momento di creatività concettuale che, dopo, non ho più sperimentato. I professori, talvolta anche quelli famosi, sono di solito cavalli sapienti che ripetono fino alla noia le poche cose che hanno imparato. Tutto il contrario era Sartori: si iniziava con un argomento, per esempio i sistemi elettorali, poi seguivamo lo sviluppo dell’idea iniziale, che andava per cerchi concentrici: il nesso tra liberalismo e meccanismi del voto, i sistemi elettorali e l’economia pianificata, la natura dei partiti politici vecchi e nuovi. Il tutto con molta storia e pochi diagrammi, per la disperazione dei colleghi anglosassoni, abituati a formalizzare anche gli sternuti.

Era una analisi senza fine, quella di Sartori, che infatti faceva arrabbiare sistematicamente i soliti ricercatori anglosassoni, abituati a un computo ragionieristico delle notizie e dei concetti. Il rapporto tra di noi era semplice e chiaro: io e gli altri preparavamo alcuni seminari e lui, sistematicamente, ci distruggeva, ma con il sorriso e la simpatia del maledetto toscano. Ho imparato più da Sartori, battendomi per le mie ipotesi, che da tanti altri Agenti del Nulla accademico che, al massimo, ti ringraziavano per quello che avevi fatto.

Lo rividi a Roma, due anni fa, in Via dei Banchi Vecchi. Feci fermare subito la mia macchina e uscii per omaggiarlo, mentre il povero Sartori tentava di ricordarsi chi era questo tipo che aveva bloccato la sua auto per salutarlo.

Se ne andò dall’Università Europea verso l’America perché aveva paura dei comunisti, che già prevedeva al potere. Ebbe una nettissima ripulsa nei confronti di Berlusconi, uomo privato al governo che Sartori non capiva, essendo abituato a dei politici integrali, che nemmeno si ricordano del loro “particulare”. Ebbe una ripulsa ancor maggiore per Matteo Renzi, che Sartori riteneva un analfabeta e un bullo di Paese e, soprattutto, un piccolo pubblicitario, come e più di Silvio Berlusconi. Non riusciva a capire la decadenza politica dell’Italia, e la attribuiva alla televisione e alla caduta verticale della scuola.

Fu un grande Maestro, un uomo geniale e creativo, un appassionato tombeur des femmes e un filosofo applicato alla scienza politica, ovvero un politologo vero.