di - 14 aprile 2017

“L’altro volto della speranza” (“Toivon tuolla polen”, A. Kaurismaki, FIN 2017)

Va detto: Kaurismaki difficilmente sbaglia di brutto un film, e quasi sempre ne ritroviamo il dono di descrivere con grazia ambienti di marginalità e di impostare con leggerezza problemi grandi, visti dall’osservatorio di quel paese nordico un po’ sui generis che è la Finlandia. Qui – ne L’altro volto della speranza, premiato come migliore regia a Berlino e che riprende le tematiche di Miracolo a le Havre – la solidarietà verso un rifugiato siriano è di gran lunga prevalente sulle forme di razzismo e di violenza che pur ci sono: ma questo è forse anche lo wishful thinking (e giustamente) dell’autore più di quanto non sia rappresentazione di una realtà. Che l’accoglienza e la benevolenza verso l’immigrato, figura sociale rappresentata dal siriano in fuga da Aleppo, Khaled (Sherwan Haji), siano privilegiate rispetto al loro opposto lo si capisce sin dall’inizio, quando Khaled si reca in una stazione di polizia per chiedere asilo. E poi successivamente, nonostante alcuni episodi di teppismo e razzismo quasi tutti collocati in squallidi e desolati ambienti notturni, con il nero dei balordi aggressori come colore dominante. C’è una diffusa atmosfera di amicizia verso il giovane siriano. Altro protagonista del film è il burbero, scontento cinquantenne Wikstroem (Sakari Kuosmanen, attore feticcio di Kaurismaki), separatosi da sua moglie. Bella la scena di apertura senza una parola di dialogo quando Wikstroem posa sul tavolo in presenza della moglie che si versa un superalcolico chiavi e anello matrimoniale. Egli si affeziona a Khaled, lo aiuta a evitare grane con la polizia e si impegna per favorire il ricongiungimento con la sorella. Godibilissima tutta la ricostruzione della gestione del ristorante La pinta dorata rilevato da Wikstroem tra successi e fallimenti (degni di Cucine da incubo con Canavacciuolo): c’è una vena di humor e di ironia straordinaria. Strappano risate, un privilegio raro, ad esempio, il contrasto tra i volti seriosi di camerieri e dipendenti della trattoria e le situazioni assurde che vi si svolgono (dal rimanere senza pesce in una serata di sushi, con i clienti tutti rigorosamente giapponesi che se ne sfilano via delusi senza dire una parola, alle trasformazioni petroliniane del locale in sede di cucine etniche ogni giorno diverse per attrarre nuovo pubblico, alla presenza di gruppetti scalcagnati di nostalgici rockettari locali che ne vivacizzano le serate – con alla parete l’immagine di Jimi Hendrix che sembra quasi guardarli divertito). Il finale, in apparenza più scontato, non è un vero happy end: sembra piuttosto indicare una speranzosa attesa di un futuro migliore, che la vita trovi a ciascuno il suo posto, in armonia e pacificazione. Che tale aspettativa si realizzerà è tutt’altro che certo.