di - 17 aprile 2017

Gioventù “bruciata” (?)

Da padre di un adolescente e di una ragazza che ne è appena uscita ho assistito ed assisto al cupio dissolvi di quegli strumenti di democrazia interna che, ormai nel secolo scorso, credemmo avrebbero consentito la partecipazione alla vita scolastica, migliorandola. Un po’ perchè sarebbero serviti ad una scuola più attenta ai bisogni (direi alle domande) delle famiglie e degli studenti, un po’ perchè immaginavamo che eleggere i propri rappresentanti di classe o di istituto, confrontarsi negli organismi eletti, avrebbe educato alla partecipazione ed alla democrazia. Perciò non posso non provare un certo sconforto quando sento che le assemblee di istituto o di classe sono occasioni per tornei di calcetto, per gare di scacchi, per stabilire dove andare in gita e per perdere un po’ di tempo. Lo sconforto è verso i ragazzi, ma soprattutto è verso noi genitori e verso gli insegnanti (salvo le lodevoli eccezioni che pure ci sono) che, evidentemente, non sentono il bisogno di sfidare i giovani studenti ad un uso più corretto di quello che comunque era e resta uno spazio di libertà e di partecipazione. E questo degenerare della partecipazione a scuola, credo sarebbe utile leggerlo con la costante crescita di uso ed abuso di alcol e sostanze chimiche con effetti stupefacenti da parte degli adolescenti. Può sembrare un passaggio retorico eccessivo, una forzatura insostenibile, eppure c’è un nesso che non dobbiamo trascurare. Il luogo (cioè la scuola) dove dovremmo immaginare che menti e cuori giovani si forgiano anche al confronto, all’esercizio della critica e del rinnovamento (non di rivoluzione si tratta, ma del naturale adeguare il mondo al cambiamento che i tempi si portano dietro) oggi è il luogo dove spesso si sublimano chiusure e rifiuti del confronto. E’ il luogo dove tutto è consumato nel rapporto claustrofobico dei gruppi, che tendono a rapportarsi al resto del mondo (anche de loro mondo) con codici e comportamenti che non conoscono l’interazione ma l’omologazione o la fuga, quindi l’esclusione. Da sempre la giovinezza è anche il momento in cui si cerca una risposta alla confusione che alberga nel cuore incerto (“…vorrei che ci fosse un solo giorno in cui io non debba sentirmi così confuso e non debba provare la sensazione di vergognarmi di tutto…” chiede il protagonista di “Gioventù bruciata”) . La scuola dovrebbe essere il luogo (uno dei luoghi?) in cui si raggiunge quel giorno senza sentirsi confusi, in cui si trova un senso ed una direzione; invece, troppo spesso, è il luogo che accentua lo smarrimento. Dentro questa debolezza nella costruzione della personalità civica e collettiva del giovane (che è parte di una debolezza che coinvolge pienamente la famiglia) si aprono i varchi che portano a cercare altri luoghi e momenti che diano un senso o che annullino ogni problema. Così non si conoscono o apprezzano i momenti della partecipazione, del confronto, dello stare insieme “dialetricamente”, ma, a sedici anni, si conoscono nomi impossibili di sostanze terribili, oltre alle “tradizionali” cannabis o eroina: exstasy, mdma, ketamina, nbome, dox, metilone o 4fa. Veri e propri combustibili che bruciano cervelli e volontà, lasciando ceneri maleodoranti. Naturalmente non sono così ingenuo da immaginare che restituire un senso alle assemblee scolastiche o agli organismi di rappresentanza risolva i problemi delle dipendenze dei giovani (gli esperti parlano di poli-assuntori). Credo, però, che dentro un percorso che restituisca centralità ai giovani e ne solleciti il protagonismo, stimolarne la partecipazione civica, la responsabilità verso se stessi e gli altri, recuperare almeno una discussione attorno a quelle occasioni di possibile crescita individuale e sociale sia un compito da portare avanti con forza e determinazione. Questo compito dovrebbe essere sentito come priorità dalla politica che, purtroppo, da anni affronta i problemi della scuola solo da punto di vista della “geometria” organizzativa o della contabilità didattica. Ciò non toglie che ovviamente i giovani debbano assumere su se stessi la responsabilità di pretendere che il mondo cambi e, forse, un cambiamento necessario ed urgente potrebbe essere anche quello di liberalizzare l’uso delle droghe leggere; non come conquista di libertà, ma come mezzo per liberarsi. Non una conquista per se stessi come singoli, ma per una generazione che rischia di restare bruciata dentro la noia, la perdita di senso e la ricerca di “altro” che non è altro che il consumarsi. Interessarsi: questo è un punto centrale di qualsiasi educazione alla vita sociale per un solida crescita individuale. Di qui passa il riscatto di questi nostri figli che rischiamo di annientare o per troppo amore o per troppo egoismo. Le due facce della stessa medaglia.