di - 1 maggio 2017

Carmine Abate, La collina del vento, Mondadori 2012, pag. 262, € 13,00

Ho scoperto solo ora Carmine Abate, -e sono dispiaciuta del ritardo- scrittore nato in Calabria a Carfizzi, un paese italo albanese che conserva la lingua arbëreshë e gli usi e le tradizioni dell’Albania, da dove arrivarono gli esuli a causa delle persecuzioni turche del XV secolo. Emigrato giovane ad Amburgo e residente attualmente in Trentino, tradotto in molti Paesi, Abate è vincitore di premi importanti tra cui il  Premio Campiello 2012 con La collina del vento.

Passano quattro generazioni sul Rossarco, la collina battuta dal vento, esposta al mare, rosseggiante di sulla, resa fertile dal lavoro instancabile grazie alla fiducia nella terra che è capace di sfamare, se ad essa ci si dedica con amore. Una scelta difficile al tempo delle emigrazioni altreoceano di inizio ‘900, considerato che nessuno voleva la pietraia del Rossarco.

La famiglia Arcuri è presto colpita da disgrazie, infatti Alberto e Sofia perdono due figli nella prima guerra mondiale. Continua a rendere produttivo il Rossarco il terzo figlio Arturo che è tornato vivo dal fronte, impegnato nella lotta contro il capitalista del paese e poi contro il fascismo, di cui subisce le persecuzioni. Le donne, Sofia  per prima e la nuora Lina, sono in grado comunque di prendersi sulle spalle  le fatiche degli uomini, portando con sé sul Rossarco anche i figli piccolini.

Ma i figli di Arturo, Michelangelo e Ninabella, nonostante il loro legame alla terra, segnano l’inizio dell’ascesa socioculturale delle famiglie contadine, diventando maestro elementare l’uno e pittrice di successo l’altra. E così sarà per Rino, il figlio di Michelangelo.

Da una generazione all’altra i confini del paese di Spillace- questo il nome del luogo- si allargano, perché l’apertura culturale porta nuovi incontri, e l’Italia del Nord si miscela con quella del Sud. Come è realmente avvenuto nella Storia.

Questa è solo l’impalcatura su cui si intrecciano mistero e bellezza.

Il mistero inizia nelle prime pagine, con dei colpi di fucile, sparati da chi non si sa. Continua con immagini di due morti ammazzati stesi sull’erba, uccisi da chi non si sa; con il giuramento imposto da Sofia al figlioletto Arturo- che ha visto i morti- di mantenere a vita il segreto. Sul colle scheletri  riaffioreranno ad anni di distanza durante gli scavi archeologici, e non sono ossa  per gli addetti ai lavori. Restano indelebili altre  immagini del Rossarco cruente legate a tragici episodi di vendetta,  alla fine della seconda guerra mondiale.

Sul Rossarco c’è un olivo antico e grande che conserva le memorie, quelle di tragedie condivise e di altre tragedie per cui gli uomini non riescono a trovare motivazioni; c’è una pietra che nasconde segreti, c’è il bosco di Tripepi in cui si sentono talora strane presenze.

La collina, secondo gli archeologi, conserva i resti di un’antica città greca, reperti vengono alle mani di chi lavora, più o meno consistenti, più o meno di valore. Un grande progetto di scavi tende a ritrovare la città di Krimisa; ma col passare degli anni la collina battuta dal vento assume importanza anche per la produzione di energia eolica, intanto nelle vicinanze qualcuno vuol fare speculazione edilizia, ricorrendo  a illegalità e violenza.

Se è vero che alla fine del cammino ognuno  tende a tornare nel luogo dove è nato, anche Michelangelo, mutata la composizione della famiglia, sceglie un giorno la collina, dove si ritira a vivere e lavorare da solo: sua madre Lina lo aveva partorito proprio sul Rossarco, in un tripudio di fiori e di profumi.

I misteri che avvolgono la collina sono chiariti lentamente, passando il segreto da una generazione all’altra. In un climax crescente di tragedia si fa luce sull’esistenza di Krimisa: tuttavia,  perché la bellezza ritorni alla luce, bisogna altra bellezza verrà sacrificata.

Abate sa gestire un intreccio importante, muovendosi con abilità tra passato e presente, con un linguaggio aderente alle cose, concreto e senza retorica, che evoca suoni e profumi, arricchito di forma dialettali che danno colore e musica, tenendo il lettore sospeso fino all’ultima pagina.