di - 9 maggio 2017

“In Between”-“Libere, disobbedienti, innamorate” (M. Haymoud, ISR-FRA 2016)

Premiato in festival internazionali di spicco quali Toronto  (Premio Netpac) e San Sebastian (Premio Giuria Giovani), In Between è ambientato in una Tel Aviv opacizzata, così come rimangono distanti le problematiche dei conflitti tra israeliani e palestinesi (apposta). La città è così rappresentata dai suoi locali notturni, discoteche, bar, dove una giovane generazione che mescola studenti, professionisti, e  persone di diversa origine e mestiere, cultura, attitudini sociali si ritrova per ballare e sballarsi, bevendo, “facendosi”, in promiscuità e disinibizione sessuale. Donne arabe, non solo ebree, che possono vivere in apparente totale libertà. Ma questa libertà per loro e per le altre non garantisce felicità, realizzazione, speranza nel futuro. Il fuoco della regista (palestinese trentacinquenne con esperienze di formazione cinematografica a Budapest e a Tel Aviv stessa) è posto sui rapporti di amicizia e solidarietà che si sviluppano tra tre giovani, Leila, un’avvocatessa, Salma, una sua amica dj barista omosessuale, e Noor, una studentessa di informatica più ligia alla fede islamica (è l’unica a indossare il hijab) che viene a vivere in casa loro. L’elemento che dà unità e anche valore di denuncia sociale a un film che peraltro non entusiasma è l’opposizione tra queste giovani donne da un lato e il pesantissimo, opprimente tradizionalismo familiare che investe non solo ambienti di cultura musulmana ma anche altri di cultura cristiana, con la pratica inaccettabile delle combines dei matrimoni, e dell’atteggiamento dell’uomo irriducibilmente maschilista e violento, dall’altro. La regista più che verso le  tradizioni religiose (non è tanto questione di essere arabi musulmani, ebrei, o cristiani) punta dunque l’indice verso quelle culturali. Non è importante attaccare definizioni come “film femminista” a questa  pellicola di buona fattura e sincera nell’esaltare l’indipendenza femminile, ma anche in qualche modo didascalica, incapace di suscitare un coinvolgimento profondo, e non priva al contrario di clichés narrativi. La normalità delle situazioni che il film rappresenta, d’altra parte, potrebbe essere pure considerata una scelta artistica e tematica, di un film in definitiva realista (ma quanto politicamente obiettivo nella critica equidistante  verso le diverse componenti etniche e culturali?). Quasi tutti negativi i personaggi maschili, con l’eccezione di un padre comprensivo nei confronti delle prevaricazioni subìte da sua figlia e capace di allontanare da lei il suo fidanzato. Bravi gli attori (come Mouna Hawa nella parte di Leila, nella fotografia).