di - 23 maggio 2017

Alessandro Agostinelli, Benedetti da Parker, Cairo Editore, 2017, 176 pp, 14,00 euro

L’oblio è peggio della morte, e se non ci fosse la scrittura (e in particolare la letteratura) a recuperare il passato, a restituircelo a pezzi o a brandelli, o solo a metterci sulla pista giusta per riflettere su quello che è successo e di cui sono state, per caso o apposta, cancellate le tracce, il nostro effimero passaggio in questa vita, quel che si chiamerà “opera”, avrebbe ancora meno valore. Alessandro Agostinelli, scrittore, giornalista, saggista (di cui mi piace ricordare almeno La Società del Giovanimento, uscito qualche anno fa per Castelvecchi, che getta una luce inquietante sull’ossessione della giovinezza di questi anni, fra demagogia politico-culturale e coazione plastico-chirurgiche), ci racconta la storia esemplare di un musicista jazz, Dean Benedetti, sassofonista, di origine italo-americana, nato nel 1922 e morto nel 1957, di cui solo gli appassionati ricordano la sua breve non inutile comparsa. Benedetti visse la grande stagione jazz degli anni quaranta, fondò un suo gruppo, insieme a un giovanissimo Jimmy Knepper (1927-2003), trombonista, ed ebbe la ventura di incontrare sulla sua strada, oltre a Chet Baker, Gerry Mulligan e Thelonius Monk, uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi, Charlie Parker (1920-1955), detto Bird, perché suonava con l’energia e la libertà di un uccello. Pure egli sassofonista, Charlie Parker travolse il giovane Dean, si impose come un modello ineguagliabile, fuori dall’ordinario, di fronte al quale il sassofonista italo-americano rimase abbagliato, comprese di essere un dilettante, e cominciò a rallentare la sua corsa, ma non perse la convinzione che l’arte non è ambizione di vetrina, espressione di un effimero arrivismo, ma una ricerca profonda di un assoluto che non si lascia incantare dal successo immediato, dal plauso del pubblico, dai contratti milionari con le case discografiche. La vera musica cominciava, allora, dopo la serata, dopo gli applausi, quando i locali si svuotavano, e si poteva restare fra pochi a provare nuovi passaggi, a confrontarsi in libertà su nuovi pezzi. Dunque, di fronte a Charlie Parker, Benedetti si arrese, depose lo strumento, ma ebbe l’intuizione di inseguire con un registratore le performance di Bird, diventando il fan numero uno; e intanto cedeva alle sue fragilità, alle droghe e all’alcol che gli avrebbero minato la salute, finché decise di tornare al luogo da dove i suoi genitori erano partiti: Torre del Lago, in Toscana, lo stesso paese in cui si ritirò, a un certo punto della sua vita, Giacomo Puccini, verso il quale però non sentiva grande trasporto. Un viaggio a ritroso, per sfuggire alla giustizia americana, verso cui aveva diversi conti in sospeso, e forse, alla ricerca di un punto dal quale ricominciare, un punto fermo, remoto, ma anche immoto, che in maniera forse preterintenzionale finisce per coincidere proprio con un ritorno alle origini, e che a noi verrebbe da interpretare come un desiderio inconscio di serenità prenatale, pre-emigratoria, di una nuova possibile forma di esistenza, tra il ricordo di un passato che appare come chiuso in se stesso, seppellito in un baule, abbandonato oltreoceano, e un presente in cui si aprono schiette ma precarie conoscenze, l’amicizia con un ragazzo che vorrebbe imparare la tromba, qualche fuga che non porta da nessuna parte, la solitudine.

Il romanzo di Agostinelli, che riprende il filo di una produzione letteraria che si ispira, tra il saggistico e il narrativo, alle straordinarie vicende del jazz (vale la pena ricordare, oltre all’atlante sentimentale di Murakami Haruki, Ritratti in jazz, il bel romanzo-saggio Il ladro di suoni di Vittorio Giacopini, uscito per Fandango, nel 2009, sempre sul mito di Charlie Parker, riletto attraverso lo stesso Dean Benedetti), segue le orme del suo protagonista, facendone un personaggio da romanzo il quale scopre – nel corso dalla sua erranza americana, dallo Utah, passando per il Nevada, a Los Angeles, per rimbalzare a New York, nella prima parte, fino al viaggio finale in Italia, in Toscana – la sua “inettitudine” che non è solo alla vita ma precisamente alla musica, riconosce quella sua mancanza di talento («C’era una sola regola: il jazz. Chi riusciva riusciva, chi non ce la faceva restava dentro alla regola della droga. La vita non contava. Tutto qui») che lo priva di personalità e lo fa suonare come Lester Young (così lo liquida Charlie Parker, in un capitolo decisivo del romanzo). Nel suo spartito narrativo, Benedetti da Parker gira come un disco in vinile, con il suo lato A e il lato B, e con una ridistribuzione di registri e di tempi (dall’allegretto all’adagio, dal presto al largo) che rendono bene la ricchezza di sfumature di una storia a suo modo esemplare, pazientemente ricostruita sui libri, sui documenti, attraverso le voci dei testimoni ancora vivi: ironico e frenetico nella parte americana, pronta a improvvisi ribaltamenti, che innesta i modelli narrativi on the road (da Kerouac a Salinger) in una trama ritmica da bebop; più lento e drammatico, nella parte italiana, con l’ironia che diventa amara, disincantata, così come avveniva nelle migliori commedie all’italiana degli anni Cinquanta.

Il finale si può immaginare. Dean Benedetti, anche se morì a 34 anni, come il suo idolo, non inseguiva la morte ma la vita, quella vita che si fa passione, si autotrascende in musica, si autoimmola contro l’oblio («Igilio, la musica jazz a volte si risolve in un minuto. Ma dietro quel minuto c’è una vita di dedizione assoluta…»); e in fondo non si arrese mai a questo sogno che finì per coltivare nel ricordo e nell’amicizia di pochi, dopo aver fissato nei dischi e nei nastri in cui registrava i concerti del grande Bird, depositati in un baule, e ritrovati, per la gioia dei filologi e degli appassionati di jazz, molti anni dopo.

Dal 2000 Torre del Lago ricorda il musicista con il Dean Benedetti Jazz Festival.