di - 6 giugno 2017

Kent Haruf, Le nostre anime di notte, NNE 2017,pag. 176, € 17,00

Uscito postumo -Kent Haruf è scomparso nel 2014- Le nostre anime di notte continua l’opera di fascinazione dei lettori, dopo la Trilogia della pianura comprendente Canto della Pianura, Crepuscolo e Benedizione, che NNE ha pubblicato tra il 2015 e il 2016. Haruf sbircia nel quotidiano dei suoi personaggi, ne racconta i gesti che si ripetono e che solo per questo diventano testimonianza di vita, racconta i bisogni negati, le contradizioni, le scelte che stanno davanti ad ogni passo.

Haruf ci porta ancora una volta nella cittadina immaginaria di Holt, in Colorado, tra campi sterminati di grano, fattorie, fienili, filari di alberi frangivento, in una pianura assolata: case vicine con il loro giardino curato, la rimessa per gli attrezzi, poca gente per le strade ma seguita da tanti occhi, bar dove ci si incontra tra uomini e si sanno le ultime della gente, nel sottofondo i ritmi costanti del lavoro.

Le abitazioni di Louis ed Addie sono vicine, entrambi vivono soli. Louis è vedovo, ha una figlia adulta, è stato un insegnante; anche Addie è in pensione, suo figlio Gene e il nipotino Jamie vivono lontani.

Un giorno Addie prende il coraggio a due mani e va a bussare a casa di Louis. Gli chiede se avrebbe piacere di passare le notti con lei. Una proposta coraggiosa, che potrebbe far gridare allo scandalo. Luois ne è sorpreso, turbato, ma non ci pensa più di tanto e dice di sì. Così la sera prende il pigiama e lo spazzolino da denti e va a casa di lei. Che cosa succede?

Un po’ di imbarazzo iniziale, la preparazione per la notte nel bagno senza mostrare le nudità settantenni, il distendersi accanto nel letto con la finestra aperta sul cielo. E poi prendersi per mano e parlare, nelle semioscurità della stanza, conoscersi, raccontare la propria vita, con tutte le sconfitte subite e i drammi vissuti. E farsi compagnia nel calore della vicinanza.

Si conoscono da tanto tempo ma sanno poco l’uno dell’altro, esclusi i fatti più salienti. Si raccontano anche i loro errori, i tradimenti, le difficoltà incontrate nella coppia, la malattia, la morte. Si ascoltano, si indagano, non esprimono giudizi di bene e di male, non recriminano sul loro percorso, anche se è stato pesante. Provano la gioia di due adolescenti che scoprono gli affetti per la prima volta: sono felici di ripartire, come per una avventura, liberi ormai da obblighi familiari ma soprattutto consapevoli di dover rendere conto solo a se stessi delle scelte fatte. Sono scelte che non offendono nessuno – tra l’altro un antidoto alla solitudine – aprono alla tenerezza ed alla condivisione.

Il paese è guardingo, i trasferimenti notturni di Louis non sfuggono alla critica ed alla censura moralistica dei più, tuttavia non turbano i due anziani che non temono ormai il giudizio degli altri, sentono di fare una cosa bella e buona, ed a dimostrazione di ciò fanno uscite pubbliche.

Quello che li fa soffrire, invece, è il giudizio crudele dei propri figli da cui proviene una pesante condanna, fino a trasformarsi in ricatto affettivo, quando Gene strumentalizza il figlio piccolo vietandogli di contattare la nonna: una difficoltà inattesa e immeritata per Addie, costretta a scegliere tra il nipote e Louis.

Ma se di notte è nata una vera intesa di anime, nemmeno la separazione e la lontananza potranno cancellare il miracolo di ciò che è stato creato.

Haruf ha una prosa scarna, essenziale, concreta, che si snoda attraverso colloqui serrati, brevi, come succede nella realtà: senza retorica dei sentimenti, lui fa parlare i fatti e trascina il lettore.