di - 15 giugno 2017

L’amor de lonh di Jaufre Rudel

Quan lo rius de la fontana

s’esclarzis, si cum far sol,

e par la flor aiglentina,

e·l rossinholetz el ram

volf e refranh ez aplana

son dous chantar et afina,

dreitz es qu’ieu lo mieu refranha.

 

2.

“Amors de terra lonhdana,

per vos totz lo cors mi dol!”

E no·n puesc trobar meizina

si non vau al sieu reclam

ab atraich d’amor doussana

dinz vergier o sotz cortina

ab desiderada companha.

 

3.

Pois del tot m’en falh aizina,

no·m meravilh s’ieu n’aflam:

quar anc genser cristiana

non fo, ni Dieu non la vol,

juzeva ni sarrazina.

Ben es selh pagutz de mana

qui ren de s’amor gazanha!

 

4.

De dezir mos cors non fina

vas selha ren qu’ieu plus am;

e cre que volers m’enguana

si cobezeza la·m tol;

que plus es ponhens qu’espina

la dolors que ab joi sana!

Don ja non vuolh qu’om m’en planha.

 

5.

Senes breu de pargamina

tramet lo vers, que chantam

en plana lengua romana,

a·n Hugo Bru par Filhol;

bo·m sap quar gens peitavina

de Beiriu e de Guiana

s’esgau per lui e Bretanha

 

 

  1. Quando il getto della sorgente si fa più chiaro, com’è suo solito, e sboccia la rosa canina, e l’usignolo sul ramo svolge e riprende e dispiega il dolce suo canto e lo affina, è giusto che anche io riprenda il mio [canto].
  2. Amore di terra lontana, per voi soffre tutto il mio corpo, e non posso trovar medicina, se non accorro al suo richiamo, tanto mi attrae il dolce amore con la compagna desiderata dentro il verziere o dietro la cortina.
  3. Ma poiché non ne ho mai l’occasione, che meraviglia se m’infiammo di passione? Mai è esistita donna cristiana, né, grazie a Dio, giudea o saracena, più bella di lei. Gusterà le gioie del paradiso chi otterrà un po’ del suo amore.
  4. Il mio cuore non cessa di desiderare quella che io più amo; e credo che il volere m’inganna se la bramosia me la toglie; più della spina mi punge il dolore che guarisce con la gioia di amarla; perciò non voglio che nessuno mi compianga.
  5. Senza foglio di pergamena invio questi versi cantando, in schietta lingua romanza, a Messer Ugo Bruno, per mezzo di Filhol. Sono lieto che la gente del Poitou, del Berry e di Guienna da lei sia rallegrata, e anche la gente di Bretagna.

 

Amor de lonh è più di un’espressione poetica, forse è un modo di pensare la vita, ed è forse questo il riconoscimento più profondo che tanti poeti e lettori (da Heine a Carducci, da Browning a Swinburne, da Pasolini ad Amin Maalouf) hanno nutrito nei confronti di Jaufre Rudel (1125 ca-1148). Amare in presenza, non è difficile; altro affare è amare in assenza. Non perché l’amato sia andato via, abbandonando il suo amante all’improvviso, di sua volontà o nolente, e magari dolente; ma perché l’oggetto amato è essenzialmente irriducibile al suo possesso, ove lo si intenda amare rispettandone l’alterità: si può dire, in tal senso, che amare davvero significa mettere in dubbio, paradossalmente, la eventualità del possesso materiale dell’oggetto d’amore, nella cui contingente finitezza si dileguerebbe sia l’istanza passionale sia il sentimento di una bellezza ideale; amare comporta un desiderio perenne, oltre lo spazio e il tempo, di quell’oggetto che da un lato si sottrae alla effimera conquista dei sensi, dall’altro si staglia come un traguardo irraggiungibile di perfezionamento interiore. Non esiste, dunque, vero amore che non sia caratterizzato dalla lontananza, trasfigurato dall’assenza? L’amore non è, forse, un faticoso esercizio spirituale? Pare sia questo il lascito più importante di Jaufre Rudel e della civiltà poetica che egli ha interpretato, con il suo esiguo canzoniere. Ma che cosa sappiano noi di questo “amore di lontano”, oggi che le distanze sembrano determinate non tanto da grandezze e valori, quanto da cronometrie produttivistiche e aziendali? Sappiamo che cosa significa realmente “essere lontani” in un mondo che sempre più si allontana dalla lontananza, perché tutto sia vicino, a portata di mano, immediatamente accessibile? E infine, è mai possibile amare una donna mai vista, mai abbracciata? Per questo occorre tornare alla poesia di Jaufre Rudel, scovarne la sua originaria razo, ovvero quella ragione trascendentale che si oggettiva (come è evidente in questa canzone) nella figura dell’amor de lonh, il quale, simile a un sogno interiore che non si accontenta della percezione fisica, vagheggia per contro l’approdo a una sintesi estrema del sentimento più controverso che affligge gli umani, dico l’amore. Qui è la lezione di Jaufre Rudel: ridare spessore al “lontano”, riportare il nostro virtuale “tele-” alla sua concreta distanza fisica, misurandola con dei semplici versi di passione, scritti, dopo la caduta di Edessa, durante la seconda inutile crociata (1145-1149). Non sarà necessario risolvere in questa sede il dubbio se questo amore non sia altro che un sogno fuori dalla storia; certamente la viva attitudine della poesia occidentale a collocare la donna in uno stadio intermedio della grande catena degli esseri, fra lo stadio minerale e le essenze angelicate (da Beatrice a Laura, dalla Délie di Maurice Scève all’Aurélia di Gerard de Nerval, fino alla Clizia di Montale), ha qualche debito con l’a priori cristiano della lirica trobadorica. Quello che però conta, in fondo, è la grammaticalizzazione lirica di un sentimento che coinvolge il nostro cors (nello stesso tempo cuore e corpo): una grammatica ricca di effetti evocativi e di connotazioni allusive che si affidano a una ingannevole trasparenza, talvolta dai tratti iniziatici (le canzoni dei trovatori «portano le loro rivelazioni a chi è già iniziato», scriveva Pound), venata di aneliti onirici in cui prende forma la trascendenza inattingibile dell’amata, la gratuità del sentimento, l’abnegazione assoluta dell’amante; una grammatica elementare che sfrutta le possibilità metaforiche e simboliche di una lingua usurata dal quotidiano commercio sociale, e unisce canto e incanto.

 

Salvatore Ritrovato