di - 25 giugno 2017

Il rimpianto: a proposito di “Return to Mountauk” (di V. Schloendorff, GER 2017)

Recensiamo qui un film visto in v.o. a Parigi, ma presentato di recente in anteprima in Italia (Firenze, Teatro della Compagnia), dove però non è ancora uscito nelle sale.  Il nome del regista è eccellente. Volker Schloendorff, esponente di rilievo della grande generazione del c.d. Nuovo cinema tedesco  della fine degli anni Sessanta e anni Settanta, di Alexander Kluge, M. Von Trotta, e degli stessi Wenders, Fassbinder, Herzog. Schloendorff fu autore tra gli altri dei Turbamenti del giovane Toerless (Der junge Törless), da Musil, nel 1966, vincitore del premio Fipresci a Cannes, poi de Il caso di Katharina Blum (Die verlorene Ehre der Katharina Blum del 1975) e soprattutto raggiunse fama mondiale con l’Oscar per il miglior film straniero, Il tambuto di latta (Die Blechtrommel) nel 1979. Cosa di importante abbia fatto nei decenni successivi ci sfugge un po’.

Una citazione sentenziosa scorre nelle didascalie iniziali del film: l’invito a saper fare nella vita le cose importanti, stabilendo una gerarchia, imparando a individuarle, cioè imparando a capire cosa si vuole e realizzare dunque i propri desideri. Il semplicissimo universale tema del rimpianto, si direbbe, come dato esistenziale molto duro: scelte sbagliate, scelte non fatte, “occasioni” perdute da vari punti di vista anche se è quello sentimentale qui messo a fuoco. Gli anni che passano, poi, ci mettono il loro carico da novanta. Volker Schloendorff, quasi ottantenne, è certamente autobiografico (lo ha dichiarato egli stesso) in questo film tratto dal romanzo Mountauk dello scrittore svizzero Max Frisch (1975),  nel quale pure autobiograficamente si raccontava l’incontro tra un uomo e una donna a Mountauk (spiaggia del Long Island, costa orientale degli USA) che provocò  il naufragio di un matrimonio. Schloendorff è abituato ai riadattamenti letterari. Comunque qui tra poesia, ricordi, malinconie, sembra riflettere inquietudini giovanili sue proprie sapendo al tempo stesso mettere in luce con efficacia come la ricerca di ripristinare o di rivivere storie giù vissute e finite sia una ricerca destinata a fallire. Una narrazione semplice, dalla sceneggiatura talvolta non particolarmente originale, e tuttavia non priva di elementi forti di verità. Anche i paesaggi e l’andamento narrativo non sono significativi. Quel che piace in questo film è, ci ripetiamo, l’elemento dell’esperienza di una vita vissuta, l’oscillazione letale tra il rimpianto, il desiderio, la riproposizione di situazioni non riproponibili.

Lo scrittore di successo Max Zorn (Stellan Skarsgård, attore da ultimo al centro di Nymphomaniac I-II di Von Trier)  sta con una compagna più giovane che evidentemente non ama abbastanza, cerca di ricreare e magari far rinascere in condizioni migliori molti anni dopo un rapporto abortito con una sua vecchissima fiamma, di circa vent’anni prima, che sa vivere a New York dove egli stesso si trova per presentare un suo volume che ne parla: lei è l’avvocatessa Rebecca (interpretata da Nina Hoss, tra le attrici più note dell’attuale cinema tedesco). Non ci riesce, di fatto, nonostante qualche spiraglio sembri riaprirsi e i due trascorrano un fine settimana in intimità a Mountauk, laddove era scoppiato il loro lontano ed effimero amore. La scoperta che lei ha molto amato un uomo ucciso da una crudele malattia in giovane età è probabilmente la chiave di volta della pellicola, un racconto che smonta completamente Max, lasciandolo solo nelle sue un po’ egoistiche solitudini, facendogli constatare l’irripetibilità dei momenti più belli della vita. Che sono tali  solo in uno specifico contesto e in congiunture  specifiche, fatte di mille componenti. Qualcosa che forse le donne conoscono e temono più degli uomini, e da cui sanno, forse, tenersi prudenzialmente più lontane.