di - 30 giugno 2017

Caproni, la scuola, il 900

Versicoli quasi ecologici

 

Non uccidete il mare,

la libellula, il vento.

Non soffocate il lamento

(il canto!) del lamantino.

Il galagone, il pino:

anche di questo è fatto

l’uomo. E chi per profitto vile

fulmina un pesce, un fiume,

non fatelo cavaliere

del lavoro. L’amore

finisce dove finisce l’erba

e l’acqua muore. Dove

sparendo la foresta

e l’aria verde, chi resta

sospira nel sempre più vasto

paese guasto: «Come

potrebbe tornare a esser bella,

scomparso l’uomo, la terra».

 

Ho avuto qualche esitazione prima di scegliere questa poesia di Caproni salita alla ribalta della cronaca grazie all’ultima prova di stato per l’ultimo anno delle scuole superiori. Milioni di italiani si sono chiesti, come se si trattasse di un nuovo Carneade, chi fosse mai Giorgio Caproni. Davvero è un autore così importante da dare una sua poesia alla prova scritta d’italiano per l’esame di stato per l’a.s. 2016-17? Ma Caproni, che attraversa tutto il Novecento (nasce nel 1911, muore nel 1990), è uno dei tanti autori del secolo scorso che gli italiani ignorano. Ammesso che gli italiani sappiano cos’è stato il Novecento. La proposta dei Versicoli ha buttato sale sulla ferita: siamo un paese con una conoscenza estremamente lacunosa e, quindi, con una coscienza affatto superficiale del secolo che ci ha generato, cullato e cresciuto. È come se ciascuno di noi conoscesse vita morte e miracoli di avi, bisavoli e trisavoli, e però non sapesse nulla dei propri genitori. Pare che il 12 % degli studenti abbia scelto la poesia di Caproni. Me ne rallegro. Che cosa avranno scritto? Mi capita di sentire un insegnante di liceo: i suoi studenti non hanno avuto difficoltà nell’affrontare la poesia di Caproni perché hanno imparato bene a fare l’analisi del testo. Bene, sono contento. Ma di là dall’aspetto fonico e metrico-ritmico, di questi Versicoli caproniani che cosa hanno visto gli studenti? Uno studente che si ferma alle grandi e gravi questioni esistenziali che mette a nudo Montale all’indomani della guerra in Ossi di Seppia, che cosa sa dire di un testo della fine del Novecento? L’analisi del testo a volte è un paravento dietro il quale intravediamo solo un’ombra della realtà. Se questa realtà si chiama “Novecento”, cosa possiamo intendere dietro l’ombra di questi Versicoli detti, con epiteto ironicamente sfumato, quasi ecologici? Non si tratta di conoscere minutamente le vicende umane dell’autore, bensì di saper porre le domande giuste al secolo in cui quei versi sono stati scritti.

Evidenti indizi stilistici ci portano a pensare che questa poesia non poteva essere stata scritta all’inizio del Novecento, ed è invece da collocare nella seconda metà; ma la prova mi pare sia quell’epiteto “ecologico”, coniato alle soglie della modernità dal naturalista tedesco Ernst Haeckel nel 1866, e adoperato in lavori scientifici fino al secondo conflitto mondiale, prima di entrare nel linguaggio dei movimenti politici e post-politici degli Sessanta, spalancando scenari affatto nuovi sulle sorti della Terra e sulla sua interpretazione, in previsione di una eventuale catastrofe ambientale, sia essa indotta dallo sconsiderato sfruttamento delle risorse planetarie, sia da un conflitto nucleare. Così, le petroliere che Montale vedeva passare al largo della costa ligure negli anni Venti come l’incanto di un orizzonte lontano e indifferente (e mi viene da pensare anche al transatlantico Rex che solca, con arrogante indifferenza, il mare di Amarcord al largo dell’Adriatico), a un certo punto perdono la loro aura di mistero: si incagliano e si rovesciano, inondando di una soffocante e nauseante melma nera abissi e coste del mare, portando morte ovunque. Ecco, con questa poesia di Caproni siamo entrati in quel cono d’ombra del sec. XX di cui oggi portiamo ancora le cicatrici: sistema caotico della geopolitica un tempo fondata sulla contrapposizione dei due blocchi comunista e capitalista, tensioni etniche mascherate sotto sembianze religiose e viceversa, fine delle grandi narrazioni, metastasi incontrollabile di una miriade di guerre locali sparse in tutti i continenti, terrorismo fai-da-te, speculazione finanziaria in combutta con le grandi multinazionali, divario sempre più profondo tra paesi ricchi e paesi poveri, tramonto del Welfare, precarizzazione del lavoro, editoria senza editori, emergenza planetaria dei rifiuti, amori liquidi o in liquidazione, ecc. E intanto il poeta dice «Non uccidete il mare…», in una poesia che esce per la prima volta su «Il Richiamo», nel dicembre del 1973; lo ripete quindici anni dopo, su «l’Unità» (17 agosto 1988); fino a confermarlo nella raccolta definitiva, Res amissa (1991), all’interno della sezione di poesie dal titolo Anarchiche. È solo il verso di una poesia o l’espressione di una sensibilità ecologica che si impone, proprio a cavallo degli anni Novanta, a livello internazionale (nel giugno 1972, a Stoccolma, si tiene la prima conferenza delle Nazioni Unite sulla protezione dell’ambiente naturale; nel giugno 1992, a Rio de Janeiro, si tiene il Summit della Terra) e che in anni a noi più recenti lo stesso Papa Francesco ha invitato a coltivare e a recuperare?

Versi quasi ecologici, di là dal tema, con la consueta sobria, rastremata leggerezza che contraddistingue in particolare la poesia di Caproni nel Novecento, racchiudono forse una paradossale verità sul Novecento, il secolo che ha popolato le sue strade di tutti i secoli precedenti, valorizzandoli (e mi pare sia la prima volta nella storia) nelle loro precipue caratteristiche, e non in sterili guerre epocali (rinascimento contro medioevo, illuminismo contro barocco, romanticismo contro illuminismo, e così via). Ma allora perché la scuola, soprattutto per quel che riguarda la letteratura, continua a tenerlo alla fine dei programmi come un secolo di riserva, fuori dalla portata dei minori? “Ah, se ci si arriva…”, si sente dire. Se ci si arriva?! Ma ci siamo nati, è dietro di noi, dentro di noi! Come si fa a ignorarlo? Per concludere, ci sarebbe un’altra cosa da dire. Il finale della poesia di Caproni è ambiguo, ironico. Quasi sinistro. Non è facile da cogliere immediatamente, tanto che diversi lettori hanno pensato che Caproni si contraddirebbe dicendo dapprima che l’amore finisce dove finisce l’erba, e poi che la terra potrebbe essere più bella senza l’uomo. Ma gli ultimi versi, sui quali il poeta ha molto lavorato prima di arrivare alla versione che ora leggiamo (chi se ne voglia fare un’idea può consultare l’edizione de L’opera in versi di Caproni, a cura di Luca Zuliani, P. V. Mengaldo e A. Dei, Mondadori, Milano 1998, pp. 1713-15), sono tra virgolette: li pronuncia qualcuno che si affaccia su un mondo dove è scomparsa ogni foresta, dove è finita l’erba; li pronuncia con l’amarezza di chi riconosce che l’uomo sta rovinando il pianeta, anzi lo ha rovinato, perché forse non lo ama più. Caproni ci ricorda solo che un giorno non si potrà tornare indietro, e non resterà che sognare un mondo nel quale l’uomo non sarebbe dovuto nascere. Un sogno, a quel punto, inutile.

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