di - 9 luglio 2017

Manfredini e Latini a Castiglioncello

Due prime nazionali per il Festival InEquilibrio al Castello Pasquini di Castiglioncello (un tempo luogo eletto da Micha Van Hoecke per il suo teatro-danza). Si parla qui di due spettacoli teatrali di due importanti attori-demiurghi nazionali: Danio Manfredini e Roberto Latini.

Il primo è magicamente sempre uguale a se stesso e il suo personaggio trova sempre nuove fonti di emozione viscerale più che di ispirazione. Infatti il suo Studi verso Luciano. Ecografia di un corpo – spettacolo in formazione è un abbozzo di spettacolo dove risalta ancora la “forma vivente Danio” con la sua voce mantrica, il suo corpo parlante, il suo volto che officia la messa sacra del teatro, e dove purtroppo scadono a macchiette tutte le figure degli attori comprimari, ai quali per scrupolo registico è appiccicata una maschera che inchioda i volti in una fissità cui anche le battute e le voci corrispondono. Mentre Danio svetta, gli altri languono. E un appunto deve essere rivolto anche alle scenografie improprie e farsesche (assolutamente fuori scala per un teatro professionistico gli alberi finti e le tende rosse da cinema sexy) che tolgono la dimensione tragicomica allo spettacolo, abbassandolo a recita periferica. So bene che Danio fatica a produrre con i pochi soldi a disposizione, e questa è già un’offesa che il teatro italiano opera a danno di uno dei nostri migliori artisti contemporanei. Tuttavia si potrebbe ovviare con scelte meno solidamente da recita, magari con una proiezione sul fondale o con fondali che potrebbero dare maggiore profondità scenica a una drammaturgia che comunque si regge esclusivamente sull’immensa bravura di Manfredini, che è riuscito, pur scompostamente e in maniera generosa ma caotica, a dare un segno pure del passaggio storico dell’Italia, da una mondanità omosessuale sofferente a un presente inutile, attraverso l’utilizzo di alcune meravigliose poesie della nostra tradizione letteraria (Petrarca, Leopardi) che inserite nel contesto dello Studio verso Luciano, si manifestano in tutta la loro potente attualità e meraviglia, come in una loro rigenerazione.

Quanto generoso è lo sforzo produttivo e artistico di Danio Manfredini, tanto stitico e ghiaccio è quello di Roberto Latini, col suo Cantico dei Cantici. Un dj in scena, che ripete con variazioni di interpretazione vocale alcuni pezzi del famoso cantico. Il dj è iscritto in una cornice che ne delimita il confine di senso. Ecco, lo spettacolo è soltanto quella cornice, ammiccamento al rettangolo luminescente dei computer e degli smartphone. Insomma, espediente che strizza l’occhio all’ottuso ovvio dell’oggi, facilitando lo spettatore e concentrandolo su uno spicchio di luogo, ché altrimenti lo sguardo si perderebbe nel teatro vero e allora sarebbe fatalmente di scena la disattenzione da parte della platea. È la musica a farla da padrona, unica vera protagonista della scena (ottima la scelta registica di trattarla come una soggettiva sonora dell’attore: quando egli si toglie le cuffie la musica si abbassa di volume – noi siamo i suoi orecchi e sentiamo dal suo udito). Mentre la recitazione forzata e carnascialescamente scimmiottante Carmelo Bene, diventa irritante, soprattutto quando si associa alla mimica facciale e alla gestualità artificiosa di Latini (ridicolo quando accenna con le mani e finge di suonare un pianoforte inesistente). In scena non vediamo un attore che emoziona, non guardiamo un corpo che incarna il testo; lo spettatore riceve le emozioni soltanto attraverso le melodie musicali: è come una scena di un blockbuster hollywoodiano che si regge su espedienti narratologici. Quindi, in scena, si osserva soltanto tecnicalità della macchina scenica e una recitazione ricorsiva, egocentrica e fine a se stessa. Gli applausi sgorgano, ma neppure l’inchino esasperato convince chi sa guardare realmente il teatro.