di - 19 luglio 2017

Penna. “La vita è ricordarsi di un risveglio…”

La vita… è ricordarsi di un risveglio

triste in un treno all’alba: aver veduto

fuori la luce incerta: aver sentito

nel corpo rotto la malinconia

vergine e aspra dell’aria pungente.

 

Ma ricordarsi la liberazione

improvvisa è più dolce: a me vicino

un marinaio giovane: l’azzurro

e il bianco della sua divisa e fuori

un mare tutto fresco di colore.

 

Delle tante questioni oziose che possono occupare la mente dei lettori di poesie ve n’è una che non è stata mai mandata in soffitta, e cioè se un poeta va classificato come grande. Un poeta, se è tale, non può essere misurato, e definirlo grande o piccolo – oltre a ricordare le famose ascisse e ordinate del fantomatico professor Pritchard, deriso dall’impareggiabile Robin Williams, nei panni del prof. John Keating, in Dead Poets Society – non porterebbe molto profitto né alla sua interpretazione né alla comprensione del mondo in cui egli visse, tanto meno di quello in cui viviamo noi. Sarebbe meglio riuscire a leggere nella poesia di ogni autore quel che davvero ne fa un uomo, con le sue qualità e le sue debolezze, un rappresentante dell’umanità in cui ogni lettore, anche di tempi e di religioni diverse, possa trovare una verità, come in uno specchio che ci restituisce a frammenti un’immagine della specie cui apparteniamo. È proprio qui il mistero di poeti fuori dall’ordinario come Sandro Penna, di cui è stato detto più volte, e da più fronti, con solide argomentazioni, che fu un grande poeta, per quanto non sia mai entrato nel famigerato canone scolastico. Se la scuola trascura Penna (ma non è l’unico), ne va a discapito dei cittadini del Bel Paese, ma è in fondo un rimpianto per tutti quanti amano non soltanto identificarsi in una patria linguistica, ma in un sentimento più profondo della vita. L’invito agli italiani, dunque, non è tanto alle concordanze (per cui si presuppone già una solida conoscenza della letteratura), quanto a leggere dei poeti straordinari. Ecco, dunque, Sandro Penna (del quale è appena l’atteso Meridiano, Poesie, prose e diari, a cura di R. Deidier e E. Pecora, Mondadori, Milano 2017) venirci avanti con il suo testo forse più famoso, che apriva la prima raccolta, Poesie (1939), ancora oggi considerato il testo programmatico della sua opera poetica.

«La vita… è ricordarsi di un risveglio», dice il primo verso, che prosegue, scavalcando agilmente il confine metrico del primo endecasillabo, con «triste in un treno all’alba…». Credo non sia mancato a nessuno l’esperienza di un viaggio in treno che si accende, alle prime ore dell’alba, quando la luce pallida dirada l’oscurità e il sonno, di un ricordo in apparenza senza nome e senza oggetto. Un ricordo di sensazioni, che prendono la via dell’infinito passato: «aver veduto / fuori la luce incerta», in cui le forme pallide delle cose prendono volume, vita, disegnano le distanze fra noi e il mondo; e quindi «aver sentito / nel corpo rotto la malinconia / vergine e aspra dell’aria pungente», dove l’accento è portato sul proprio “sé”, non in senso astratto, bensì fisico, senziente, così come suggerisce quel «corpo rotto» (possiamo immaginare la scomoda postura da terza classe), o si deduce dal contatto dell’aria pungente sulla pelle, che suscita una malinconia «vergine e aspra». Eppure, spiega il poeta nella strofa successiva, riprendendo l’anafora dei verbi all’infinito: «Ma ricordarsi la liberazione / improvvisa è più dolce…». Di cosa si libera all’improvviso il viaggiatore sul treno? Il poeta, invece di rispondere, incalza, richiamando l’attenzione su un marinaio giovane che si è seduto vicino, e in particolare sulla sua divisa bianca e azzurra, che in un elementare gioco di rimandi libera lo sguardo sul paesaggio marino («un mare tutto fresco di colore») che il treno sta attraversando, in una sorta di contiguità metonimica. Qual è il soggetto di questa poesia? Ma è necessario che la poesia abbia un soggetto inteso in senso logico-argomentativo? non può farne a meno, puntando, senza lenocini stilistici, alla rivelazione del quotidiano (quale può essere un semplice viaggio in treno)? Non sarà sfuggito a molti neanche il pudore con cui Penna, spiccando forse il volo da due versi del Jaufré Rudel di Carducci («Contessa, che è mai la vita? / È l’ombra di un sogno fuggente…»), sembra impattare, chi sa quanto involontariamente, il famoso osso di seppia montaliano «Spesso il male di vivere ho incontrato», in cui la rappresentazione del malessere esistenziale si emblematizza in immagini che mantengono appena un generico, ancorché drammatico, richiamo alla quotidianità, come citazioni di un repertorio che potrebbe continuare, ma di cui il poeta limita l’elenco esaltando energicamente l’exemplum. Fra l’accartocciarsi della foglia e il rivo strozzato che gorgoglia, per non dire del cavallo stramazzato, non trascorre quella quantità di serena, positiva disposizione emotiva al mondo che invece sentiamo nel risveglio di un ricordo che avviene in un treno in viaggio per chi sa dove: un risveglio alla vita e alla poesia.