di - 5 agosto 2017

La Storia è “sfinita”

E’ quasi un mese che non scrivo un pezzo per “alleo.it”. Posso portare a mia giustificazione che ho avuto ed ho un periodo di intenso lavoro; posso dirlo perché è cosi, ma lo è parzialmente, perché, in verità, gli argomenti su cui scrivere mi si sono accavallati davanti, lasciandomi con il dito sospeso sulla tastiera. Troppi argomenti e, allo stesso tempo, i soliti argomenti, un po’ a rappresentare questo strano tempo che viviamo. Un tempo che sembra aver deragliato dai binari progressivi e dritti che abbiamo ereditato dall’idealismo e dal positivismo, ma anche da un Dio che dovrebbe guidarci  verso un futuro da lui scritto. Un tempo che, però, non sembra neanche rientrato nella circolarità degli stoici o dell’eterno ritorno di  Nietzsche.  E’ invece un tempo che sembra schiacciato contro una parete, quasi pronto ad esplodere. Forse somiglia di più al “tempo come cerchio piatto” di cui parla lo splendido detective televisivo Rustin Cohle. Proviamo a riassumerlo. Dal Niger al Corno d’Africa una classe politica in mano ai signori delle materie prime sta scacciando, dalle proprie terre, milioni di donne ed uomini che fuggono da corruzione, malgoverno, siccità, fame e sete, spesso consegnandosi  ai nuovi mercanti di schiavi che, per soldi, dopo violenze ed angherie, li imbarcano verso le coste italiane o greche, quando il mare non li risucchia verso il fondo a migliaia. Si dice che quei disperati affamati, malati ed in fuga siano quasi sette milioni. Gli integralisti islamici coltivano la rabbia e la disperazione dalla Siria, all’Iraq fino all’Afghanistan ,scendendo fino alla fascia subsahariana,  perseguitando, violentando ed uccidendo in nome di un Dio guerriero che vuole chiudere i conti con democrazie e libertà. Il nord dello Yemen (uno dei paesi più poveri al mondo) , da mesi, è bombardato dalla ricca Arabia Saudita, alleata degli Usa e sotto, sotto, sostenuta anche da Israele, in nome della lotta al regime “terrorista” sciita dell’Iran che, però, ad oggi, non ha fatto stragi, in giro per il mondo, come le ha fatte l’integralismo sunnita sostenuto proprio dai sauditi e dalle altre petro-monarchie del Golfo. In Siria ed Iraq si continua a morire, mente il conflitto fra Israele ed i palestinesi ormai sembra avere acquisito la dimensione dell’eternità (quasi il cuore del “cerchio piatto”). In India, un leader espressione dell’integralismo induista alimenta il mai sopito attrito con la minoranza musulmana,  soffiando sui tizzoni del fuoco sempre acceso con la potenza nucleare pakistana; mentre anche Filippine e Indonesia conoscono le stragi degli integralisti islamici, sempre pronti ad insinuarsi dentro disperazione e frustrazione. Un pazzo sovrappeso, in estremo oriente, sulle coste nord-coreane, si diverte con la bomba atomica, mentre schiaccia ed opprime il suo popolo, in nome di un comunismo ridotto ad un pacchiano fossile della storia. Cina e Giappone continuano a stuzzicarsi e guardarsi ringhiando. In America Latina, il solito caudillo, stavolta di nome  Maduro, in nome del socialismo e dell’uguaglianza, da fratello e compagno  del suo popolo è diventato un padre spietato ed oppressivo di un Venezuela ormai ridotto allo stremo; secondo una triste tradizione che, qualche chilometro sopra, ha visto l’ex  capo del “glorioso” sandinismo nicaraguense, Ortega, trasformarsi  in un capo clan che ha sfruttato e sfrutta il suo paese. Tornando in Europa, il leader russo Putin coltiva sogni di grande potenza non mollando la presa sull’Ucraina e facendo sentire il suo alito sui paesi che confinano con l’Europa; mentre a sud pare aver trovato una strategia di convivenza con il sultano turco, Erdogan, che sta trasformando la Turchia in una dittatura islamica, mentre, poco più là, in Egitto, il generale Al-Sisi si è fatto dittatore per la motivazione opposta. Ma il risultato si assomiglia. L’economia mondiale procede fra alti e bassi. L’Europa, però, resta sotto la crescita media delle altre grandi aree economiche planetarie. Milioni di famiglie vivono nell’incertezza di un reddito e di un lavoro insidiati dalla robotica e dalla dumping sociale delle economie povere. Populismi e paure stanno ipotizzando recinti e mura, indebolendo l’idea della società aperta (di cui la globalizzazione è stata una naturale conseguenza), una straordinaria conquista della cultura liberale prima che socialista, ma che le liberal-democrazie  sembrano rifuggire, disconoscendola, a partire dalla grande “culla della libertà”, che sono gli Stati Uniti oggi governati dal protezionista Donald Trump. I segni del cambiamento climatico si fanno sempre più inquietanti, mentre la classe dirigente mondiale non sembra capace di sfuggire da piccoli compromessi di piccolo respiro. La globalizzazione delle opportunità e dei problemi offrirebbe l’occasione per  rafforzare le grandi istituzione di governo sovranazionale, tuttavia  si  va riaffermando la retorica delle piccole patrie e delle nazioni chiuse nella loro sostanziale impotenza. Questo è il nostro tempo. Come ha scritto efficacemente il sociologo Beck siamo nel tempo del “potrebbe accadere”.  Mentre il secolo scorso è stato il secolo del  (forse pretenzioso) “vogliamo che accada”, questo nostro tempo è il tempo dell’incertezza, una condizione cioè che sembra non consentirci di  delineare una via di uscita, un tentativo di direzione. E’ un tempo liquido ma di un liquido denso, quasi gelatinoso. Siamo passati dal novecento della volontà a questo duemila della rassegnazione. Francis Fukuyama , in un libro forse troppo sopravvalutato, scrisse anni fa che la storia era finita. Non lo è. Semplicemente  mi pare che la storia sia confusa, incerta, “sfinita”.