di - 6 agosto 2017

Roberto Pazzi, Felicità di perdersi, Barbera Editore 2013, pp.94, euro 13,90

Lo avevo messo su una pila di libri, alla sinistra della scrivania. Poi, a poco a poco, era sprofondato in mezzo ad altri libri, e l’avevo dimenticato. Tempo fa, un amico mi cita per qualche ragione Roberto Pazzi. E io dico a me stesso: “Ah, Pazzi. Ma io avevo ricevuto un libro…”. Sono andato a cercarlo, ma non l’ho trovato. Oggi, pieno agosto. Un’estate che ha sfibrato ogni tessuto grasso della nostra esistenza, sudati all’osso, come pozze di ghiaccioli al sole, mentre stavo mettendo a posto alcune pile di libri, torna fuori lui, il libro dimenticato. Si intitola “Felicità di perdersi – Poesie 1998-2012” ed è una raccolta ben studiata, uscita nel 2013, per Barbera Editore.

Qui Roberto Pazzi, assolda tutti i suoi testi migliori per regalarci uno spaccato fisiognomicamente adeguato del suo ultimo periodo poetico. Poeta e scrittore di chiara fama, con una produzione importante alle spalle, Pazzi corteggia “quel vivere ch’è un correre alla morte”, di dantesca memoria (riportato in esergo). Potremmo descrivere questo libro soltanto con due poesie brillanti come una volpe e pure come il cristallo.

Una è proprio all’inizio e si intitola “Se il treno ritarda”. L’altra è quasi in chiusura di libro e si intitola “Vecchio Dio”.
La prima è una metafora filosofica che tiene insieme i ritardi e le opportunità che da essi scaturiscono della vita e degli incontri amorosi, legati ai treni a quello che vagoni e pensiline di un paesaggio umano, tanto umano come lo può essere soltanto un movimento, un piccolo viaggio.
La seconda è una chiamata alle armi della nolontà, un Dio se medesimo imprigionato e vigile nel corpo del poeta, nella sua voce, nei suoi versi di parole precise. Lo fa, a volte, la scrittura di stare accanto allo scrittore come un medesimo sé che mira all’altro – quello che Canetti chiamava il “dialogo con il terribile partner”. Qui Pazzi esonda in un campo suggerito più dalla spiritualità viziata di nulla e di lontano, che in una zona franca di accettazione meditabonda del passare degli anni, del tempo.

E poi c’è l’autoritratto folgorante, gentile, malizioso e malinconico nella poesia, deliziosa e incantata, che si intitola “Vivere a Ferrara”.
Se avete voglia di leggere un buon libro di poesie, andate su Amazon e acquistate questa raccolta di Roberto Pazzi. Una poesia al giorno toglie le paturnie di torno.
Buona estate.

[disegno di Cristina Gardumi]