di - 22 agosto 2017

L’«intimismo» e la lezione di Machado

  1. 27 [CXXIII]

Una noche de verano
—estaba abierto el balcón
y la puerta de mi casa—
la muerte en mi casa entró.
Se fue acercando a su lecho
—ni siquiera me miró—,
con unos dedos muy finos,
algo muy tenue rompió.
Silenciosa y sin mirarme,
la muerte otra vez pasó
delante de mí. ¿Qué has hecho?
La muerte no respondió.
Mi niña quedó tranquila,
dolido mi corazón,
¡Ay, lo que la muerte ha roto
era un hilo entre los dos!

 

*

 

Era una notte d’estate.
Il balcone era aperto;
anche la porta di casa;
in casa la morte entrò.
Al suo letto s’avvicina;
passando non mi guardò;
poi con dita delicate
qualcosa di tenue ruppe.
Taciturna, senza sguardo,
la morte passò di nuovo
davanti a me. Che hai fatto?
La morte non mi rispose.
La mia bambina tranquilla,
restò dolente il mio cuore.
Ahi, quel che ha rotto la morte
era un filo tra noi due!

 

Quello che sappiamo di António Machado (1875-1939), in Italia, è molto meno di quanto meriterebbe, e, se non è facile ancora oggi trovare edizioni economiche delle Soledades (1907) e dei Campos de Castilla (1917), le più famose raccolte di poesia, ancor meno è facile trovare l’edizione delle Poesías completas, per cui però possiamo usufruire dell’ottimo Meridiano curato da Giovanni Caravaggi (Mondadori, Milano 2010), con le storiche traduzioni di Oreste Macrì, che raccoglie, insieme al corpus poetico sopra menzionato (comprese le Poesías Sueltas), anche una scelta di prose critiche che illustrano il percorso poetico di Machado, e si prestano come un importante momento di riflessione per chiunque voglia scoprire o riscoprire il grande poeta spagnolo. È proprio in quest’ottica che desidero proporre la lettura di Una noche de verano (nella versione di Macrì, il quale riesce, con impareggiabile finezza, a mantenere l’assonanza ossitona in ó che marca il pedale timbrico della romance), scritta da Machado all’indomani della scomparsa della giovane moglie, Leonor, e inclusa nella seconda edizione di Campos de Castilla.

Diversamente dalla tensione paesistica che caratterizza la raccolta (si pensi A un olmo seco, che chiudeva la prima edizione), e si può dire di tutto il primo Machado, Noche de verano sembra sondare una nuova possibilità di «desoggetivazione» del lutto che angoscia il poeta, al fine di eliminare ogni rischio narcisistico di un dolore egocentrico, trasformando l’“evento” della morte in un “incontro” con la Morte. Come un fantasma che attraversa, «silenciosa», lo spazio privato degli affetti familiari, la morte prova la nostra marginalità («Se fue acercando a su lecho / – ni siquiera me miró – […] Silenciosa y sin mirarme… […] ¿Qué has hecho? / La muerte no respondió…») nel mondo, la nostra presenza accidentale: se è vero che il centro dell’universo non risiede nell’uomo, neanche la poesia, che avverte il rischio di decrittare i complicati geroglifici della coscienza in termini simbolici e astratti, eludendo l’indagine intimistica con un solipsismo illusorio votato all’incomunicabilità, può pretendere di mettere il “cuore” del poeta al centro del discorso, ove non rinunciasse a parlarne. Il passo leggero della morte, i suoi gesti semplici e delicati («con unos dedos muy finos, / algo muy tenue rompió»), sembrano non lasciare tracce di dolore, se non nel cuore del poeta, mentre lasciano affatto «tránquila», nel suo letto, la donna che ha lasciato questa vita. Come la Parca dell’antichità, la morte ha reciso solo un «hilo»: quello che legava un essere umano alla vita, e quindi una donna a un uomo.

È qui il senso intimo della vita, la «linfa cordiale» della parola, quell’«intimismo» che fa luce – parole di Machado – sulla «calda zona della nostra psiche che costituisce la nostra intimità, l’umido angolino dei nostri sogni umani, troppo umani, in cui ogni uomo pensa di trovare se stesso al margine della vita cosmica e universale». In che modo poteva essere sciolto il mistero di un dolore così profondo come la morte, se non con un movimento sobrio e leggero d’immagini che toccano gli «universali del sentimento»? Scrive ancora Machado: «Il mio sentimento non è, insomma, esclusivamente mio, ma piuttosto nostro. Senza dover uscire da me stesso, mi accorgo che nel mio sentire vibrano altri sentire, e che il mio cuore canta sempre in coro, anche se per me la sua voce è quella più intonata. Che lo sia anche per gli altri, questo è il problema dell’espressione lirica». Ed è qui che comincia la poesia.