di - 4 settembre 2017

Il nucleare di Pyongyang

Il comportamento di Kim Jong Un non è affatto irrazionale. Può apparire tale alle anime belle dell’Occidente che hanno espulso la guerra dal loro universo politico, ma dal punto di vista della normale logica strategica, Kim Jong Un ha i suoi buoni motivi. Ecco, comunque, la complessa equazione strategica della Corea del Nord nucleare, con le sue sessanta armi N e le altre venti costruite nel solo 2016.

In primo luogo, Pyongyang alza, con la minaccia nucleare, la soglia del possibile attacco alle sue postazioni perché teme un attacco da parte degli Usa, sia per mezzo delle forze nordamericane stanziate in Corea del Sud che a Guam e nelle basi giapponesi. Si tratta di 40.000 soldati di Washington in Giappone e di 35.000 nella Corea meridionale, oltre alle truppe disposte a Guam e a Diego Garcia. Inoltre, la Cina, che pure ha condannato il recentissimo esperimento nucleare sotterraneo da 6,5 gradi Richter, non vuole soprattutto una cosa: se la Corea “democratica e popolare” sparisse, Pechino si troverebbe a confinare con un Paese che ospita molti, troppi per i cinesi, soldati Usa.

Xi Jinping non è mai andato in Corea del Nord. E questo è un chiaro segnale del disgusto che egli prova nei confronti di un regime comunista che non si è mai rinnovato. Ma anche Kim Il Sung rideva a sentir parlare di Gorbaciov e fece aspettare inutilmente l’allora ministro degli Esteri russo, Shevardnadze, per poi rifilarlo, sempre ridacchiando, al suo omologo nordcoreano. Anche Deng Xiaoping, peraltro, quello delle “Quattro Modernizzazioni”, rideva della “riforma” gorbacioviana. I comunisti sovietici, “rozzi” secondo la vulgata cinese, volevano riformare il sistema distruggendo il Partito, ecco perché gli orientali ridevano.

1420 chilometri di confine, tra Corea del Nord e Cina, appena 17 chilometri terrestri quello tra la Corea “democratica” e la Federazione Russa, con 12 miglia nautiche di acque territoriali. In entrambi i casi sono tanti, troppi per non essere protetti dai possibili nuovi arrivi. Pensate quindi che Mosca e Pechino vogliano avere le FF.AA. nordamericane ai loro confini?

Secondo elemento dell’equazione strategica, la Corea del Sud è un evidente ostaggio per il nucleare di Kim Jong Un. Se e quando avverrà una invasione dal Nord verso il Sud della penisola coreana, sarà però tramite gli infiniti cunicoli scavati sotto il terreno, ben oltre il 38° parallelo, fin quasi dentro a Seoul. Poi sarà il nucleare di Kim a evitare l’escalation di Usa e Corea del Sud.

Ricordatevi, peraltro, che il primissimo sistema N lo portarono, a Pyongyang, i tedeschi della DDR, ai tempi di Honecker, e suppongo che ci siano ancora, nella Corea settentrionale, tecnici addestrati dagli uomini della vecchia Repubblica Democratica Tedesca. Era, in tempi di guerra fredda, un modo per moltiplicare i fuochi N nei confronti degli Usa e della NATO, mentre la Corea di Seoul rimaneva sotto la minaccia nucleare del Nord, che non ha bisogno certo di molti soldati. La Cina teneva per un braccio gli americani, occupandoli nella penisola coreana, utilizzando un durissimo stato-cuscinetto, i russi facevano lo stesso, ma gli Usa non potevano nuclearizzare la Corea di Seoul né, tantomeno, il Giappone. Un gioco a somma zero per la Cina e l’URSS.

Se la Cina ha quindi oggi una minaccia da spendere nei confronti degli Usa, certamente lo farà, per evitare che Washington circondi il territorio cinese e chiuda gli spazi terrestri e marittimi del nuovo grande progetto di Pechino, la nuova Via della seta. La Russia, anch’essa, non vuole confinare con un paese, come la Corea meridionale, che è pieno come un uovo di militari nordamericani. Il linkage tra un attacco Usa dalla Corea e una serie di azioni militari NATO-US dalla Turchia e dal Caucaso sarebbe mortale per la Federazione Russa. Quindi, la struttura nucleare nordcoreana garantisce la stabilità del regime e l’estrema difficoltà di inglobare la Corea di Pyongyang in un processo di riunificazione “morbida” con il Sud, diretto da Seoul e da Washington.

Mosca ne ha già le scatole piene delle operazioni americane e occidentali in Ucraina, delle fallite color revolutions in Georgia, in Abkhazia e in Nagorno-Karabakh, ma teme soprattutto un linkage, come è avvenuto in Siria, tra il jihad “moderato” e gli Stati Uniti. Che dilagherebbe, lo abbiamo visto, dal Caucaso e che è bloccato dall’Iran, amico di Mosca, dalla nuova Siria di Assad, fallimento finale delle primavere arabe e infine dalla Corea del Nord, che potrebbe utilizzare una salva N limitata per coprire un attacco da Ovest.

Quindi, uno stato-cuscinetto coreano “democratico”, ma che non rompa troppo le scatole, va benissimo a Mosca. Poi, non dimentichiamo che Kim Jong Un collabora attivamente con l’Iran. I nuovi sottomarini N “tascabili” classi Ghadir iraniano e Yono nordcoreano sono al pari delle migliori tecnologie NATO e Usa.

Collaborazioni di Pyongyang in ambito nucleare, e di vecchia data, esistono con il Pakistan, che pure fornì ai coreani del Nord le prime tecnologie N, e l’India, che ha avuto un sostegno significativo militare-nucleare dalla Corea “democratica”.

La Corea di Kim Jong Un è quindi un asset strategico e militare perfino per molti degli alleati degli Usa nel Sud Est asiatico e per l’India, che Washington sta tentando di utilizzare contro la Cina ma che è già stata sedotta dalla partecipazione alla nuova Via della Seta. Altro elemento dell’equazione strategica di Kim Jong Un: se gli Usa non riarmano il Giappone, cosa che sconsideratamente non hanno fatto negli anni ’50, riducendo le FF.AA. imperiali a una “forza di autodifesa” messa peggio perfino delle Forze Armate italiane, allora sono costretti a un overstretching strategico e economico che potrebbero non riuscire più a mantenere, sia economicamente che politicamente.

Anche la Corea del Sud, dopo le ultime elezioni, è meno adattabile alla geopolitica Usa, ammesso che oggi ve ne sia una. Shinzo Abe, il leader giapponese, sta poi riarmando il suo Paese, senza troppa cura né memoria per il trattato-capestro che MacArthur fece firmare a Hirohito.

Noi intanto, in mezzo al Mediterraneo, stiamo smantellando la nostra Difesa, per trasformarla in una sorta di Croce Rossa con qualche spingarda.

La Repubblica Islamica dell’Iran aggiorna quindi le tecnologie dei vettori missilistici in uso a Pyongyang, migliora la miniaturizzazione delle cariche N norcoreane e, naturalmente, ne trae vantaggio. Soprattutto dopo la firma del JCPOA sul nucleare di Teheran, siglato il 14 luglio 2015 a Vienna da Iran, dai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, la Germania e l’UE.

Se i geni universali che lo hanno firmato, il JCPOA, si fossero preoccupati di chiudere il cerchio del nucleare iraniano con l’ulteriore trattativa verso Pyongyang, non saremmo a questo punto. La Corea del Nord, ci fosse un attacco nucleare all’Iran da sud (Arabia Saudita) da Est (Usa nel Pacifico o in Giappone) o dall’interno della NATO, risponderebbe con il suo arsenale a difesa dell’alleato indispensabile, Teheran. Peraltro, l’Iran vuole soprattutto i sottomarini N di Pyongyang, proprio perché vuole alzare la soglia di un possibile scontro con gli Usa o i suoi alleati negli Stretti di Hormuz.

Kim Jong Un, che ha studiato a Berna, capitale della pacifica ma superarmata Svizzera non vuole poi, altro elemento dell’equazione, fare la fine di Saddam Hussein e di Muammar el Gheddafi, ecco perché, oltre agli altri motivi, Pyongyang si arma. Quindi gli obiettivi nucleari di Pyongyang sono sostanzialmente due: proteggere il regime dal possibile crollo e creare un potenziale militare per la riunificazione ma solo e unicamente nei termini che vanno bene all’ attuale Corea del Nord. Kim vuole certamente la riunificazione, ma con un ruolo preminente di Pyongyang e, soprattutto, mantenendo il regime e il suo clan familiar-politico. Nel maggio 2016 il “caro leader” ha affermato che la Corea del Nord dovrebbe costringere il sud alla riunificazione “entro questa generazione”. Dal punto di vista militare, ciò potrebbe accadere con una rapida invasione, obbligando il nemico a una pericolosa escalation, poi la presa di Seoul e, successivamente, il lancio di alcune salve nucleari contro gli Usa, prima che arrivino i rinforzi nordamericani al Sud. Al Giappone verrebbe caldamente consigliato, manu militari, di non concedere le proprie basi agli Usa.

Altro obiettivo di Pyongyang è l’abbassamento verso Sud della NNL marittima, la Northern Limit Line, che la Corea “democratica” non accetta fin dal 1973. Altro scenario possibile per Kim è quindi un attacco alle isole, territorio della Corea meridionale, ma che però sono vicine alla costa del Nord, come Daechong o Baenyengdongo. È questo il senso dell’abbassamento della NNL, che peraltro permette alla Corea settentrionale il raggiungimento di aree marittime particolarmente pescose.

Se il nesso Usa-Corea del Sud a questo punto reagisse, Pyongyang minaccerebbe l’escalation nucleare; ma con un arsenale N più evoluto e ampio la Corea del Nord potrebbe essere attirata da una strategia più lenta di acquisizioni territoriali, favori diplomatici e concessioni economiche.

Se il dilettantismo dei nostri maggiori alleati non avesse avuto la meglio, oggi non saremmo a questo punto. È l’URSS che spinge la Corea del Nord, nel 1985, a siglare il Trattato di Non Proliferazione Nucleare. Mica fessi a Mosca: non vogliono un Paese “fratello”, ma non interamente controllabile, che giochi alla guerra con le sue testate N. Ma Pyongyang non termina le operazioni previste dal Safeguard Agreement della IAEA e rimane fuori dal TNP.

Nel 1992 le due Coree firmano un “Dichiarazione Congiunta per la denuclearizzazione della penisola coreana” e Pyongyang accetta da allora le ispezioni della IAEA; ma l’anno successivo i tecnici dell’agenzia rilevano delle discrepanze tra quanto dichiarato dalla Corea del Nord e la realtà delle sue strutture: la Corea “democratica” sta riprocessando il plutonio per fare almeno due testate N. Usa e Pyongyang firmano comunque un accordo nell’ottobre 1994, che congela lo status quo nucleare ma blocca la costruzione di ogni nuovo reattore e il riprocessamento dei materiali. I progetti militari missilistici della Corea del Nord però continuano, gli Usa protestano ma la Corea settentrionale chiede una compensazione economica per il mancato guadagno (stanno lavorando per altri) e i costi. C’era il grande Bob Gallucci, per gli Usa, che dirigeva le trattative. Quindi, se la Corea del Sud intende reagire disproporzionatamente alle provocazioni del Nord, allora si arriva per Pyongyang al conflitto convenzionale, che la Corea del Nord teme per l’evidente asimmetria delle forze in campo e la sua debolezza strategica.

L’opzione nucleare verrebbe usata, almeno così dicono le nostre fonti, per far cessare il conflitto prima della uccisione del “caro Leader” o dell’arrivo delle forze del Sud e Usa a Pyongyang. Come si vede, Kim Jong Un, chiunque sia il suo parrucchiere, è un attore razionale.