di - 19 settembre 2017

“DUNKIRK” (di Chr. Nolan, Usa-GB-Fra 2017)

La seconda guerra mondiale ha costituito il soggetto di molti famosi film: da Il ponte sul fiume Kwai (D. Lean, 1957) a I cannoni di Navarone (L. Thompson, 1961) a Dove osano le aquile (B.G. Hutton, 1968), più recentemente Stalingrad (J. Vilsmaier, 1993). Non è un genere che amiamo troppo, ma ad esempio La croce di ferro porta le “stimmate” di un vigoroso Peckimpah d’annata (1977) e lo consigliamo vivamente a chi non lo avesse mai visto.

Questo Dunkirk (la Dunquerque francese… il nome è Dunquerque, non dimentichiamolo e qualcuno – G. Fofi in vena di toni anticapitalistici e più in generale sfrenatamente ipercritico: se anche Nolan avesse una visione “antiumanistica” e “antipacifista”, chissenefrega; https://www.internazionale.it/opinione/goffredo-fofi/2017/09/08/dunkirk-nolan-recensione – non a torto ha criticato che si sia lasciato il toponimo in inglese distribuendolo in Italia) racconta l’evacuazione, tra fine maggio e inizio giugno 1940, della BEF (British Expeditionary Force) e di forze francesi e belghe che l’esercito tedesco aveva attaccato e chiuso nella città marittima della Francia nordorientale, di una parte della quale i tedeschi si erano completamente impadroniti quando si svolge la vicenda rappresentata, come già di Calais. Esiste un precedente nella storia del cinema, il Dunquerque (di nuovo Dunkirk nell’originale inglese) di L. Norman, 1958.

Le foto d’epoca presentano immagini perfettamente riprodotte da Nolan, con infinite file di soldati dislocati lungo la gigantesca spiaggia, vittime predestinate, insieme alle semiimpotenti forze navali degli alleati, degli attacchi aerei della Luftwaffe (il regista sceglie di non presentare mai direttamente nessun tedesco dinanzi alla macchina da presa, così come di non rappresentare scene di ufficiali o politici che discutono piani di guerra o strategie militari carte alla mano al riparo delle loro stanze). L’obiettivo degli inglesi era di trasferirli al sicuro facendogli attraversare la striscia di mare fino alla Gran Bretagna. L’aereonautica anglica della RAF (Royal Air Force) non fu in grado di sbarrare il fuoco nemico. Gli storici ricordano che dagli inizi di giugno ormai erano le ore notturne quelle predilette per portare avanti l’evacuazione. L’oscurità che avvolge numerose scene drammatiche del film di Nolan potrebbe spiegarsi con questo dato. L’obiettivo del quartier generale degli inglese era quello di limitare i danni portando in salvo quanti più combattenti fosse possibile. Innanzitutto inglesi. Quando i francesi lo seppero non ne furono contenti. Proprio intorno al tema dei non facili rapporti tra inglesi e francesi, in un contesto di pericolo e disperazione, dove la salvezza dei primi sembrava inevitabilmente andare a discapito di quella dei secondi, si giocava una partita difficile, anche sul piano psicologico, che non manca di essere evidenziata nella ricostruzione di Nolan. Il trasporto via mare sarebbe avvenuto in parte grazie alle navi della marina britannica in parte grazie all’opera di volontari proprietari di little ships, tutte protese a fornire il loro supporto, caricando uomini alla deriva (a rischio di naufragi, annegamenti, perché lanciarsi nel mare burrascoso poteva essere l’unico modo per tentare di evitare le bombe nemiche) per traghettarli alla mèta o almeno condurli fino alle navi ancorate al largo. Verso la fine del film l’arrivo massiccio e contemporaneo di queste piccole imbarcazioni, tanto atteso, è uno dei rari cedimenti alla retorica, è scena tra le peggio riuscite di un lavoro che appare decisamente più teso e efficace nella prima parte. Nonostante nella realtà le imbarcazioni private fosse stato nella realtà storica assai più rilevante numericamente. Sappiamo che quando i tedeschi raggiunsero le spiagge lisce e le dune sabbiose di Dunquerque trovarono un alto numero di cadaveri abbandonati sulla riva. Ma si è calcolato che circa 340.000 soldati (220.000 inglesi e 120.000 tra francesi e belgi, in gran parte destinati a tornare sul continente per riprendere la guerra) furono salvati.

Vale la pena di citare la testimonianza di un impiegato delle ferrovie di Weymouth (tal W. E. Williamson), che vide le scene liberatorie che il film di Nolan non mostra: “Arrivavano procedendo lentamente, stravolti e scioccati; eppure i visi di centinaia di loro esprimevano la grande gioia di aver messo di nuovo piede a terra, in patria. Anche i soldati di altre nazionalità accettavano con gratitudine i saluti e le mani tese in segno di benvenuto di coloro che li attendevano sulla banchina…”.

Senza essere un capolavoro capace di emozionare, e anzi contenendo alcuni momenti di stanca, questo Dunkirk di Nolan è comunque film ben montato e ben concepito. Se lo spettatore a volte ha la sensazione di perdere il contesto, l’orientamento, è perché le riprese riguardano aspetti diversi (e scomposti, o meglio decomposti) del conflitto che coinvolse il porto e il mare di Dunquerque e anche unità di tempo differenziate dell’azione: quelli del cielo e delle picchiate e smitragliate tra velivoli, diversi dal tempo della terra e dell’attesa e dell’acqua. Le linee cronologiche sono dichiarate da Nolan all’inizio in didascalia: una settimana i soldati sulla battigia; un giorno, padre e figlio che usano la loro barca privata per dare aiuto; un’ora, la battaglia aerea. A volte, le scene di uomini che lottano tra le ferraglie delle navi con i nemici invisibili che bombardano o sparano (e con la natura in grado di proteggerli ma anche di inghiottirli), e le scene delle battaglie aeree, quasi portano a un senso di sperdimento e di rovesciamento delle percezioni audiovisive, se non a una impressione di caos vero e proprio. E’ inoltre, sostanzialmente, un film senza personaggi davvero protagonisti, essendo al centro di tutto, il vero e unico protagonista, la coralità tragica della situazione nel suo complesso, il paesaggio terramarino, le folle sterminate di soldati. Dunque anche le scene che mettono in risalto iniziative o emozioni individuali (Tom Hardy, Kenneth Branagh tra gli attori) e se ci sono vicende umane che si incrociano e si fissano, esse e tutto si diluiscono in qualcosa di più grande e importante di loro.