di - 26 settembre 2017

Catalogna opportunista – il caso della secessione catalana

In primo luogo, c’è sempre la stessa questione, quella dei quattrini. Secondo i catalani indipendentisti, infatti, lo stato centrale spagnolo prende troppo dalle casse della regione. O, in alternativa, non concede troppo alle autonomie represse e sfruttate dal “fascismo” di Madrid. Secondo alcuni leader autonomisti di Barcellona, Madrid infatti acquisisce ben 11 o 15 miliardi di Euro l’anno dal fisco regionale; mentre la capitale del Regno sostiene che il guadagno fiscale derivante dall’area catalana è di “soli” 8,5 miliardi di Euro.

È ovvio che una zona ricca come la Catalogna conferisca maggior gettito fiscale di quelle povere. E la Catalogna cresce oggi del 2,7%, ben oltre la media dell’Eurozona, mentre nel 2016 il tasso di crescita era addirittura del 3,5%, con un’espansione percentuale della crescita del prodotto industriale rispetto al terziario, boom trainato dai tessili, dalle lavorazioni in cuoio e delle calzature, dalle macchine utensili e dai prodotti farmaceutici.

Barcellona comanda il 19% dell’economia spagnola con il 16% della sua popolazione totale. Una indipendenza della Catalogna produrrebbe una perdita secca di posti di lavoro e di quote di Pil da entrambe le parti del confine, mentre una secessione causerebbe un aumento di entrate per Barcellona almeno di 8,5 miliardi di Euro, la cifra che prima era trasferita a Madrid, con una perdita del 2% sul Pil nazionale spagnolo. Ma, d’altra parte, oltre il 35,5% delle esportazioni catalane sono verso il resto della Spagna, che certo metterebbe i suoi dazi punitivi; e non contiamo nemmeno i costi colossali causati dalla costruzione del nuovo stato catalano: ambasciate, uffici, la banca di emissione, le strutture di sicurezza, quelle fiscali.

C’è chi sostiene, e si tratta di economisti nazionalisti catalani, che l’indipendenza causerebbe una contrazione dell’economia regionale del 30% e un raddoppio della sua disoccupazione, che è oggi del 14,4% nella sola Barcellona, la situazione migliore del mercato del lavoro nella regione autonoma. Per non parlare poi del debito pubblico. La Spagna, nel 2016, aveva un debito sovrano di 1,18 trilioni di Usd. La Catalogna, da parte sua, ha però il maggior debito pubblico regionale della Spagna, 72,2 miliardi di Euro, ovvero 86,9 miliardi di Usd. La regione autonoma di Barcellona vale quindi il 16,34% del debito pubblico spagnolo e, se la Catalogna se ne va, i casi sono due: o si accolla direttamente la sua quota del debito pubblico spagnolo, il che sarebbe esiziale, anche perché le condizioni per il rientro sarebbero diverse e più “cattive”. Oppure la quota del debito sovrano catalano ricadrà solo su Madrid, con effetti egualmente molto pericolosi, anche per il resto dell’UE. Nessuna delle due soluzioni verrebbe, ovviamente, accettata con favore dai mercati internazionali.

Se poi la nuova “nazione” catalana volesse rimanere, in termini necessariamente diversi, dentro l’Euro e l’UE, allora bisognerebbe ridefinire tutti i prezzi del 65,8% dell’export catalano, quello appunto che va verso l’Unione. Ma la questione è soprattutto politica e culturale, visto che gli indipendentisti di Barcellona pagherebbero qualsiasi prezzo economico pur di separarsi da Madrid.

Il mito federalista ha, fin dall’inizio, marcato a fuoco la transizione postfranchista spagnola. Lo “stato delle autonomie” pensato dai successori democratici del caudillo, come se l’unità nazionale fosse di per sé una colpa, o un relitto del “fascismo”, era in Spagna non federalista, non autonomista, ma capace in ogni caso di adattarsi alle richieste sempre più esose soprattutto dei baschi e dei catalani.

L’autonomismo catalano nasce inizialmente dalla destra cattolica di Prat de la Riba i Sarrà, il creatore del “sentimento nazionale” catalano nel XIX secolo, si allarga poi nella borghesia liberale e massonica barcellonese con Francisco Cambò, fondatore della Lega Regionalista ma poi finanziatore dei nazionalisti di Franco per timore che arrivasse al potere, a Barcellona, una giunta socialista e anarchica.

Oggi, sul piano ideologico, abbiamo a che fare con un paradosso: la massima percentuale di indipendentisti catalani si trova nell’ex-estrema sinistra postcomunista, mentre gli autonomisti non secessionisti di centro-destra, come il vecchio e abilissimo Jordi Pujol, sono in netta minoranza. Ovvero, il nazionalismo estremo sarebbe sempre e comunque una colpa “fascista” se agitato dagli spagnoli, mentre diverrebbe buono e progressista se manifestato dai vecchi “compagni”.

Certo, la guerra civil spagnola è l’inizio e la trama profonda della “guerra civile europea” che caratterizza tutto il XX secolo e buona parte di quello successivo, ma la Spagna è il punto strategico essenziale per tutta la penisola eurasiatica.

Se la si prende, si chiude ermeticamente l’Europa tra Mare e Terra, tra Urali e Atlantico. Ed era questo il sogno di Stalin, quando appoggiava i repubblicani ma faceva uccidere sistematicamente (e da Togliatti) gli anarchici del POUM catalano e tutti gli altri repubblicani non comunisti.

Se invece la si lascia autonoma e sovrana, la Spagna rende possibile il collegamento tra Europa e Atlantico e quindi la sua autonomia strategica e il collegamento marittimo, essenziale, con gli Usa e l’America Latina. Era questa la trama logica anche dell’Appel di De Gaulle, quando il generale francese diceva che non tutto è perduto, e solo dall’Atlantico verrà la vittoria finale.

Non dobbiamo nemmeno esagerare il ruolo dell’antifascismo nell’identità “nazionale” catalana”: le classi dirigenti basche e catalane si sono sempre adattate di buon grado al protezionismo industriale del regime franchista, mentre la stabile espansione economica gestita dal caudillo fino agli anni ‘70 ha permesso alle imprese catalane e basche una potente crescita. Un boom economico stabile che ha riempito l’area di Barcellona di proletari provenienti dall’Andalusia, dall’Estremadura, dalla Galizia o dalle Baleari, quelle Baleari che alcuni indipendentisti catalani ritengono essere un arcipelago “irredento”, come peraltro il paese valenciano, la Frangia (o Frontiera) d’Aragona, Andorra (che è governata paritariamente con la Francia) e la Catalogna settentrionale, attualmente anch’essa in territorio francese. E magari anche Alghero. Perché no? La follia regionalista non ha limiti.

Sempre per fare il contrario di quello che aveva fatto Francisco Franco, lo Stato Spagnolo, dal 1975 in poi, si è costituito come “stato delle autonomie” ed ha generato, da solo, il disastro che oggi aleggia su Madrid. Lo stato spagnolo ha frazionato da solo la Castiglia, un po’ come se l’Italia spezzettasse il Piemonte, in ben cinque parti, unito il Leòn alla Castiglia già divisa, riconosciuto particolari privilegi al vecchio Paese Basco (separato oggi in Cantabria, Santander e Navarra) e alla Catalogna.

Ogni parte del territorio spagnolo appartiene costituzionalmente a una “comunità”, esse tutte de jure tutte eguali tra di loro, la loro federazione è vietata dalla Costituzione, ma non è proibita la collaborazione tra di esse. Se quindi volete vedere il film su cosa succederà in Italia se accetteremo la logica del cosiddetto “federalismo”, guardate al caos spagnolo e alla paralisi in cui ha indotto una Nazione che avrebbe molto di meglio da fare che non curarsi, a sue spese, delle identità inventate da qualche scrittorello frustrato.

Lo stato spagnolo (non si dice nemmeno “Spagna” nei documenti ufficiali) si è quindi progressivamente spogliato di molti poteri, per sua parte la destra, per paura di essere identificata con il franchismo, dall’altra la sinistra, per crearsi aree elettorali sicure, come l’Andalusia appunto per il PSOE o anche, a destra, Alianza Popular in Galizia. Come se la politica di uno Stato si riducesse alle piccole cose della vita giornaliera, mentre ci si dimentica (ed è per questo che uno Stato avversario vuole ridurre a federalista il suo avversario) della politica monetaria, infaustamente regalata alla BCE, della Difesa, della politica estera, di quella industriale.

Il federalismo è una politica, quando va bene, per il business as usual, quando si tratta di fare scelte di lungo periodo gli Stati nazionali sono perfino troppo piccoli.

Naturalmente, il ricatto delle forze politiche regionali, in contesti nazionali in cui i governi si costituiscono con risicate maggioranze, è stato massimo e del tutto spregiudicato. Ogni voto di fiducia è costato, anche dal punto di vista economico e fiscale, fiumi di denaro, che si sono spostati rapidamente da Madrid alle “periferie”. E, lo ripetiamo, il 50% circa della popolazione catalana non è di origine catalana. Sono, i non-catalani, casomai, i discendenti dei proletari arrivati dal meridione spagnolo per sostenere il boom, sussidiato da Madrid, delle imprese (protette) degli imprenditori catalani. Che facevano i radical chic nelle loro ville tardo-Liberty.

Quindi, immersione linguistica, soprattutto come strumento autoritario di omologazione “nazionale” catalana, obbligando (e finanziando) reti TV, giornali, università e case editrici quando passano dalla lingua di Cervantes a quella, catalana appunto, di tale Mercé Rodoreda.

Per non parlare qui dei famosi Mossos d’Esquadra, i 17.000 poliziotti purissimamente catalani che hanno “dimenticato” le notizie passate loro dalla Guardia Civil madrilena sugli attentati terroristici jihadisti nella Rambla di Barcellona.

Dare il potere di tutela e controllo del territorio a una polizia che risponde solo a un governo regionale è, con quello che accade oggi in tutto il mondo, una vera follia. E poi, chi è allora il Sovrano, chi è colui che “comanda in stato di eccezione”, per dirla con la formula di Carl Schmitt?

Peraltro, l’emigrazione islamista è oggi molto gradita ai nazionalisti catalani, che hanno recentemente dichiarato di preferire l’arrivo di braccia arabe a quello dei turisti. Cioè altri proletari con cui sostituire gli spagnoli poveri, ma non catalani, che hanno generato la loro ricchezza economica. Ecco cosa accade, allora, a lasciare mano libera ai furbi mestatori che vogliono costruire stati immaginari solo per garantirsi un buon stipendio.

Per capire davvero se dietro alla difesa dell’identità o dell’autonomia c’è verità o falsità, serve seguire sempre il criterio di Garibaldi, quando parlava agli elettori di Caprera: “I politici? Guardate chi sono, come vivono, chi frequentano, cosa fanno per mantenere la loro famiglia”.