di - 27 settembre 2017

Alessandra Trevisan, Goliarda Sapienza. Una voce intertestuale (La Vita Felice), 16 euro

Lo psicoanalista Jacques Lacan scriveva che «quel che parla nell’uomo va ben aldilà della parola, fino a penetrare i suoi sogni, il suo essere e il suo organismo stesso.» Non un significato, non un contenuto, non un pensiero, ma un appello della voce che si dispiega tra le grinze del corpo. Una voce che si fa corpo, che non veicola qualcosa che la eccede, ma è di per se stessa quell’eccesso che tenta di significare.

Il libro di Alessandra Trevisan, Goliarda Sapienza. Una voce intertestuale – uscito del 2016 per la casa editrice La Vita Felice –, raccoglie la “voce intertestuale” – non a caso sottotitolo dell’opera – di Goliarda Sapienza, perla della letteratura italiana del Novecento, il cui nome tuttavia ha iniziato a circolare in terra italica soltanto postumo, quando nel 2008 Einaudi ha finalmente pubblicato il romanzo L’arte della gioia.

Il lavoro della Trevisan, frutto di anni di ricerca intorno alla complessa figura della scrittrice siciliana, tocca e attraversa tutte le voci di Sapienza: dal teatro al cinema, dalla poesia alla prosa, dai diari ai taccuini.

Tutto inizia dalla culla edipica che abbraccia – e forse un po’ stritola – la giovane Goliarda, unica figlia, in mezzo a un guazzabuglio di fratellastri e sorellastre, della coppia formata da Maria Giudice e Giuseppe Sapienza. Giornalista e fervente attivista a fianco del Partito Socialista Italiano lei, avvocato, politico e sindacalista lui. I due, coadiuvati dagli altri figli, crescono la piccola Goliarda in un ambiente aperto e multisfaccettato, tra emarginati, artisti, femministe ed antifascisti che popolano una casa dalla porta sempre aperta.

Una voce familiare che è fin da subito composta da una polifonia di voci, un gorgo di uno, nessuno e centomila volti, presenze che vanno e vengono, con le loro parole e i loro accenti.

Gli anni romani dell’Accademia teatrale e del cinema – a partire dal ’41 – daranno però un colpo di spugna a quello di Goliarda di accento, che, in un certo senso, cancellerà quella sua prima voce e ne scriverà – con la scrittura del suo corpo – un’altra. Secondo Silvio D’Amico, Sapienza era la nuova Duse. Era «violenta, realistica e atroce.» Era tutte le voci di tutti i personaggi che indossava. E non li recitava, li era.

Questi sono anche gli anni dell’inizio della relazione tra Goliarda e il regista Citto Maselli, che la inserirà nell’ambiente intellettuale e comunista romano, dal quale la giovane scrittrice non riceverà tuttavia alcun supporto e alcuno stimolo in merito alla propria scrittura.

Non era abbastanza schierata, Goliarda, per avere successo. Non aveva aderito al Partito e si teneva lontana dalla politica militante di quegli anni, usando la penna come unica arma di una lotta di se stessa con se stessa, per scriversi e riscriversi continuamente – atto, questo sì, davvero politico e rivoluzionario, anche se non capito.

La Trevisan sottolinea nel suo testo la necessità di Sapienza di «scrivere per sopravviversi, per paura di perdere se stessa», ma anche per diventare nietzschianamente ciò che è, per mettere un confine tra sé e l’altro, per partorire i suoi altri, le sue voci. La scrittura di Goliarda è una scrittura autobiografica, una continua risignificazione psichica della sua storia, interna ed esterna.

È interessante notare come il primo scritto di Goliarda – o quantomeno, il primo da lei firmato – è una poesia del ’53, successiva alla morte della madre. Come se la scrittura – e Goliarda, con essa – potesse nascere solo da un’inevitabile separazione da una presenza (o assenza) materna piuttosto ingombrante. “Non c’è parola per seppellire una voce”, scrive in un’altra delle liriche raccolte in Ancestrale – ennesimo testo che vedrà la luce soltanto nel 2013 – come se ci fosse sempre un resto, qualcosa che non può essere assimilato e significato.

Di questo periodo sono anche le “prose oniriche” – come le definisce la Trevisan – di Destino coatto, che dà voce a deliri e allucinazioni destinati a una ossessiva coazione a ripetere. Poi è la volta di Lettera Aperta e de Il filo di mezzogiorno, testimonianza, quest’ultima, del percorso psicoanalitico di Sapienza, dopo la depressione, l’esperienza dell’elettroshock e due tentati suicidi.

L’analisi le riporta la memoria e la scrittura – è la parola che, ancora una volta, la salva – permettendole di iniziare quel lungo concepimento di Goliarda-Modesta, che partorirà ne L’arte della gioia.

Gli anni Ottanta sono segnati dall’esperienza del carcere di Rebibbia, in cui Sapienza viene richiusa per alcuni giorni a causa di un furto di gioielli dalla camera di un’amica. “Il carcere si configura come spazio ‘ancestrale’ in cui fare esperienza del proprio ‘io’, diventando ‘qualcuno’”, scrive la Trevisan, una sorta di “stanza tutta per sé” di woolfiana memoria, luogo identitario di (auto)conoscenza e di riconoscimento. Una vera e propria scuola di vita, come sottolinea il titolo del libro, testimonianza di quest’esperienza, L’università di Rebibbia, uscito nel 1983 per Rizzoli.

La voce di Goliarda Sapienza, per come emerge dalle sue opere – qui soltanto citate, ma tutte accuratamente trattate nel testo di Alessandra Trevisan – è una voce chiasmatica, che incrocia la parola al corpo, declinandosi in numerose forme. La sua scrittura, comprese quella teatrale e quella cinematografica, è ciò che il filosofo Merleau-Ponty definirebbe un’esperienza della carne, un reincrociarsi di lingue che si parlano.

Lingue ancestrali, a volte ossimoriche, in cui abitare la contraddizione, in cui risignificarsi. Lingue nelle quali sostare, scorgere nuove prospettive, scoprire “che il buio / non è nero / che il giorno non è bianco / che la luce / acceca / e il fermarsi è correre / ancora / di più”.