di - 2 ottobre 2017

Il “mal d’amore” di Oscar Hahn

Televidente

Aquí estoy otra vez de vuelta
en mi cuarto de Iowa City

Tomo a sorbos mi plato de sopa Campbell
frente al televisor apagado

La pantalla refleja la imagen
de la cuchara entrando en mi boca

Y soy el aviso comercial de mí mismo
que anuncia nada a nadie

 

Telespettatore

Eccomi qui rientrato un’altra volta
nella mia stanza di Iowa City

Sorseggio il mio piatto di zuppa Campbell
davanti al televisore spento

Lo schermo riflette l’immagine
del cucchiaio che entra nella mia bocca

E sono lo spot pubblicitario di me stesso
che non annuncia nulla a nessuno.

Non capita di rado che uno scrittore dia fastidio a un regime, e che, per questo, sia punito con la prigione o il confino, o addirittura con la damnatio memoriae della sua opera o di parte di essa. Capita però meno di frequente che sia colpito chi non fa poesia “impegnata”, anzi, magari si preoccupa di istruire i lettori su come affrontare le questioni d’amore (penso a Ovidio), o di disingannare l’hypocrite lecteur con una raffinata trama di simboli (si veda Baudelaire), o infine di denunciare la scomparsa della poesia proprio in quella società che si proponeva di “liberare” l’uomo dai suoi bisogni (ed ecco Brodskij). Ma che un poeta possa veder sequestrata, nel 1981, una sua raccolta di versi dal titolo che sarebbe difficile fraintendere, cioè Mal de amor (‘Mal d’amore’), dall’ottusa ma sempre vigile censura di un governo totalitario, suscita più di una domanda, a cominciare dalla più elementare: si tratta davvero solo di un libro d’amore? Sto parlando di Oscar Hahn, nato nel 1938, oggi una delle voci più importanti del mondo latinoamericano, esule dal Cile, sua terra natia, dal golpe di Pinochet. Dunque, qualcosa deve aver dato fastidio – forse un episodio, un’allusione, una posizione politica espressa dall’autore: non si finirà di almanaccare – se Mal de amor fu censurato e sequestrato, ma a leggere e a rileggere (così come merita ogni bella raccolta) il libro viene il dubbio che a suscitare l’interesse dei censori sia stato il disincanto lucido e ironico del poeta, il suo gusto del paradosso che sviscera l’insensatezza dei nostri comportamenti e la fragilità delle nostre certezze, e insomma quel senso di “libertà” che la vera poesia, mettendo a nudo (per citare ancora Baudelaire) il cuore, possiede in sommo grado. A riprova di ciò ho scelto di presentare un testo importante di Mal de amor: quello che chiude la raccolta (ora integralmente tradotta da Giovanni Darconza, autore della versione in italiano sopra riportata, grazie all’editore Raffaelli, che ha pubblicato anche altri libri di Hahn). Ed è una poesia che non parla d’amore, non accenna a storie sentimentali, non rimpiange la fine di un’avventura galante, e così via; tutt’altro, il suo tema è la solitudine esistenziale che il poeta fissa nello schermo spento di un televisore: là dove dovrebbero apparire delle immagini che affollano la nostra solitudine di luci e rumori, si presenta ora l’ombra dello stesso telespettatore che consuma una zuppa di wahroliana memoria, come uno spot, sì, ma uno spot che non annuncia niente a nessuno, neanche quell’“esserci” tanto caro oggi ai cultori del selfie.

Questa poesia sulla solitudine non si serve delle consuete situazioni cui ci ha abituato la tradizione, ma passa attraverso un oggetto, che è stato, forse, il più potente mezzo di lavaggio cerebrale delle masse del Novecento: il televisore. Medium sul quale si fonda l’ideologia del Grande Fratello orwelliano, e direi di ogni totalitarismo, di ogni governo che cerca consenso, sul quale punta il sistema capitalistico per trasformare lo spettatore in consumatore che tiene vivo il mercato, lo alimenta, e così via: ma si può fare a meno del televisore? Proviamo a spegnerlo: dentro, come in un acquario amorfo, si muove ancora l’ombra umana di un consumatore che proietta sullo schermo la sua cena desolata. Televidente è una delle più dure poesie che abbia letto sul nostro annichilente rapporto con la “tivù”. Finora mi era capitato di leggerne di scherzose, nella nostra lingua, impreziosite di giochetti verbali e sofisticati giochi di parole, come se di un oggetto moderno non valesse la pena parlarne. Questa poesia di Hahn, invece, non lascia scampo, e mi rinvia, per chiudere, alla questione del titolo Mal de amor, dal quale sono partito: un titolo lirico e forse un po’ nostalgico (com’è vero che l’autore stesso ha precisato, in un incontro tenuto a Urbino, provenire da una canzone francese di Michel Sardou, del 1973, Maladie d’amour) di una stagione brutalmente assassinata dal signor generale Augusto Pinochet e dai suoi sgherri.