di - 5 ottobre 2017

Fabio Ciriachi, Uomini che si voltano, romanzo a racconti, Coazinzolapress 2014, pag. 256, € 18,00

 

Uomini che si voltano, romanzo a racconti di Fabio Ciriachi, mi ha immediatamente rimandato a Un mare così ampio. I racconti-in-romanzo di Julio Monteiro Martins, Libertà ed. 2011, di Rosanna Morace, che, nella interpretazione della Morace stessa, sono raccolte di racconti di Monteiro con situazioni diverse ma ruotanti intorno ad un’unica tematica. Monteiro (1955-2014) infatti sostiene che le letteratura deve essere specchio del tempo, per questo il romanzo di stampo ottocentesco non è più adatto a questa “società liquida”, in continua trasformazione. Invece il racconto può fissare la frammentazione dell’io, la decadenza della intelligenza collettiva, in un mondo ridotto “all’egemonia dei cliché, al pensiero unico modellato dai media e dalla pubblicità” dove siamo “assorditi da un traffico incessante di informazioni inutili, come la trivialità e i pettegolezzi.

La stesso ritorno di personaggi e tematiche si ha in questo romanzo-in-racconti di Fabio Ciriachi, che contiene un excursus storico, ideologico e privato che parte dagli anni ’60 del secolo scorso ed arriva al terrorismo attuale. Anni di grandi impegni culturali e sociali, quelli che culminano nel ’68, che vedono giovani proiettati verso la realizzazione di una “società, quand’anche minima, dove potere vivere secondo una giustizia inesistente altrove”; giovani che sperimentano una situazione di Comune agricola, in una libertà mai vissuta prima, col vivere alla giornata, con l’amore svincolato da lacci, in giochi vivificanti di seduzione, con la scelta talora di nomadismo, che si spostano su Fiat 500 stracariche di gente e di speranze. In compagnia anche di eroina, purtroppo per qualcuno che ne paga le conseguenze. C’è un ritorno alla natura in tutti i racconti, un respirarne la bellezza pulita che arricchisce l’anima e scioglie i pensieri negativi.

I protagonisti della Comune si incontrano di nuovo in storie diverse e creano un sottile continuum narrativo, con il loro privato che si intreccia alla Storia ed alla cronaca: dalle stragi di Piazza Fontana, a quelle di Piazza della Loggia, l’attentato dell’Italicus, quello della stazione di Bologna, le Brigate Rosse e il terrorismo nero, l’invasione del Kwait, il terrorismo attuale, senza escludere vecchi fatti di cronaca, con la tragedia di Vermicino e il bambino inghiottito dal pozzo, che unì l’Italia intera in un lutto comune.

Alla forza delle intenzioni, dei progetti e delle speranze, segue la caduta delle illusioni e degli ideali traditi dalla Storia e dalla trasformazione della società, in un affermarsi sempre più aggressivo della produzione di mercato che divinizza l’oggetto della produzione industriale e ce ne rende schiavi, fino a farci sentire uomini-oggetto in vendita. Così molte persone che avevano creduto in quegli alti ideali si sentono fallite, si accorgono di aver sacrificato gli affetti e le relazioni, e non trovano collocazione nella nuova società. Si aprono intanto vuoti dolorosi nel gruppo, perché la vita esige la morte.

Che cosa hanno lasciato in eredità ai loro figli? “Eccoli questi eredi delle utopie, delle velleità, delle ricette sommarie. Figli della campagna, delle comuni, della libertà presa per la coda. Della confusione in cui sono cresciuti. Seri e attenti, stanche e delusi”. Ma per fortuna, profondamente puliti.

Trasversale ai racconti è la percezione di un dolore a cui nessuno può porre rimedio: “Il dolore del mondo incombe su di noi. A volte ci sfiora e non sappiamo del nostro improvviso malessere, a volte ci colpisce e allora facciamo cose che non ci appartengono, atti così spiacevoli da minare la fiducia in noi stessi. Quel dolore immenso – somma di tanti dolori esistiti fin dalle origini”. In questo panorama dove la solitudine è sempre in agguato, l’amore diventa elemento di forza, umanità ritrovata e insieme debolezza, amore che sa essere passione, talora ossessione.

La natura offre una sponda sicura, approdo delle incertezze individuali e della fatica del definire e capire se stessi. C’è una profonda sintonia con la bellezza della natura, che si concretizza in quadri dipinti e sonori della campagna toscana e laziale. Si ritrova un bisogno di casa, finito il nomadismo della giovinezza: “Il punto di riferimento è dove si ha la casa. Da lì si parte e lì si torna. Per questo riparo la Sassa. Per avere anche la casa nel luogo dell’anima”. In questo percorso la scrittura è pietra buona per costruire con parole ciò che non si è costruito in concreto. L’imperativo è parlare “con una lingua dura, cattiva, che faccia le capriole e gli sgambetti; che abbia la sfrontatezza di inventare parole, che sappia essere anche bella e tenera. Toccante e mai banale”.