di - 11 ottobre 2017

Il fotografo di Che Guevara

Nel 2001, insieme a Marcello Cella, intervistammo Alberto Korda, il fotografo della rivoluzione cubana. Questo pezzo che vede parlare Korda in prima persona faceva parte del vecchio sito alleo.it. L’ho ripreso e riesumato dal passato perché è stato un articolo molto citato (da altri giornali importanti e in alcune tesi di laurea) che approfondisce la figura di Guevara e di Castro, dal punto di vista di un artista e non di uno storico o di un politico.

Barba grigia, occhi fieri e orgogliosi che incutono quasi timore nei suoi interlocutori. Così appare Alberto Diaz Gutierrez Korda, il fotografo del Che. Orgoglio e fierezza traspaiono anche dalle sue parole. L’orgoglio e la fierezza di chi sa di aver vissuto un momento storico irripetibile al fianco di uomini fuori dal comune. Lungi da qualsiasi tentazione nostalgica, Korda conserva la lucidità di chi sa leggere e interpretare gli eventi del presente per quel che sono e con la forza di chi sa che la lotta contro le ingiustizie non è affatto finita, ma si tramanda necessariamente alle generazioni future. E poi l’umiltà di chi mette consapevolmente e volentieri le sue capacità al servizio degli altri e il suo occhio al servizio della realtà, anche se spesso questa gli impedisce di esprimersi come vorrebbe. Quella stessa umiltà che ha permesso alla sua macchina fotografica di cogliere la dimensione profondamente umana del Che e di Fidel, fuori da ogni inutile retorica, perché il presente incalza con i suoi problemi, nonostante la grandezza degli eventi trascorsi.

 

CUBA OGGI

La reazione all’embargo

L’attuale situazione dell’isola è abbastanza difficile. Primo, perché da cinque anni il mercato del COMECON è caduto, secondo, perché da trentasei anni Cuba subisce un criminale embargo economico da parte di uno stato a sole novanta miglia dalla sua costa, gli USA, che oggi parlano di inasprirlo ulteriormente. Noi però continuiamo a tirare avanti, per non tornare più sotto la dominazione che abbiamo subito per cinquantanove anni prima della rivoluzione.
Abbiamo già avuto questi padroni in casa. Adesso pensiamo di fare dei miglioramenti e di fare i conti nel nostro sistema socialista con la nuova realtà del mondo, continuando però con le nostre idee e con i nostri principi. Abbiamo già attuato una riforma in vari campi con l’entrata di capitali stranieri da parte di società al 49% con lo stato cubano.

 

Il turismo

La cosa che abbiamo sviluppato subito è stata il turismo, ottima risorsa per la nostra isola, con la sua spiaggia e col suo clima mite tutto l’anno. Logicamente, il turismo sta portando anche qualche problema. Fidel Castro ha detto in un’intervista che un organismo umano non può vivere senza batteri. Dobbiamo quindi sopravvivere anche con i batteri che ci porta il turismo straniero.

 

Il consumismo

Tra questi batteri non metterei però il consumismo, perché quello cubano è praticamente inesistente: non ci sono molte cose da comprare. Infatti, abbiamo affiancato al mercato in pesos cubani un mercato in dollari, dove si possono comprare cose che non ci sono nei nostri supermercati. Ma non c’è una vera società dei consumi. Si vende il necessario alla sussistenza dell’essere umano. I prodotti di lusso sono quindi più difficili da trovare. Questa è la realtà. Una realtà di cui spesso non si parla molto. Nonostante questo, noi Cubani siamo riusciti a non chiudere nemmeno una scuola e nemmeno un ospedale, anche in questi ultimi cinque anni di embargo feroce. Io, per esempio, come fotografo, devo subire un po’ la carenza di materiali fotografici, ma sono più contento se il governo compra quello che serve per la sussistenza del popolo cubano: medicine, prodotti scolastici, le cose essenziali per la gente.
Al di là di tutti questi problemi sono ancora felice di vivere in questa società, perché pensa più alla necessità comune che non a me come individuo.

 

L’informazione

A Cuba tutti i mezzi d’informazione, radio, televisione, giornali, anche l’organo ufficiale del governo, Granma, parlano della cronaca dei paesi vicini. Qualsiasi cittadino può sapere cosa succede in Messico, ad esempio; se qualcuno non è informato è perché non gli interessa. Riguardo alla rivolta zapatista, direi che i mezzi di comunicazione informano della situazione senza prendere apertamente posizione a suo favore. C’è del rispetto fra questi due paesi tradizionalmente amici, per cui i Cubani non si schierano apertamente né con il governo messicano né con gli zapatisti. Io, personalmente, sono favorevole agli zapatisti.

 

La cultura

Sembra strano, ma non c’è un embargo che colpisce la cultura cubana. Molti paesi, perfino gli Stati Uniti, organizzano spesso delle manifestazioni non solo con i fuoriusciti ma anche con artisti che vivono a Cuba. Io ho girato molti paesi con le mie fotografie, portando le immagini del Che, un simbolo rivoluzionario quindi, senza particolari problemi.

 

Il cinema

Il cinema cubano ha raggiunto livelli artistici buoni con Fragola e cioccolato, L’ultima cena, di Alèa, oppure Lucia, la storia in quattro episodi delle donne cubane dalla guerra di liberazione alla rivoluzione, un film che si colloca alle origini della cinematografia cubana. Poi, come in tutte le cinematografie, ci sono film più o meno buoni. A me non piacciono molto le commedie di costume come Plaff di Juan Carlos Tabio, perché mi sembra che parli di cose che non sono molto importanti.
Certamente, non possiamo pensare che il cinema cubano debba per forza essere sempre un cinema impegnato, che faccia pensare, deve anche divertire. Ci sono registi che si dedicano più al cinema d’autore, altri più al cinema d’intrattenimento, come in ogni altro paese.

 

COME NASCONO LE FOTO

Il dito e il cuore

C’è un libro molto conosciuto, Il piccolo principe, di Saint Exupery, in cui uno dei personaggi dice una frase che io ho scelto come guida per la mia attività: “Si vede solo con il cuore, l’essenziale è invisibile per gli occhi”. Tutto il mio lavoro si è conformato a questo principio, a questa frase. Io non so molto di fotografia. So solo maneggiare una macchina fotografica, sviluppare la pellicola, stamparla, tutto ciò in modo molto normale. Però, per tutto il tempo che ho vissuto come fotografo, il risultato che ho ottenuto nelle foto, da quelle di moda a quelle sulla rivoluzione fino a quelle subacquee, ha avuto sempre un contatto con il mondo, perché c’è una relazione diretta fra il mio dito e il mio cuore. Qualsiasi cosa che mi emoziona mi fa automaticamente schiacciare il dito. Così è stata scattata anche la famosa foto del Che intitolata “Guerrigliero Heroico”.
Presenziavo all’estremo saluto delle 136 vittime di un sabotaggio della CIA nordamericana. Da un palco, Fidel Castro pronunciava la commemorazione. Stava su una tribuna non molto alta, un metro o due dal suolo, io ero nella strada, il posto dei fotografi, a otto o dieci metri dalla tribuna. Che Guevara non si vedeva, stava nelle file dietro. Ad un tratto, inaspettatamente, mentre passavo attraverso l’obiettivo tutti i personaggi che erano sulla tribuna, Che Guevara si è affacciato. Io ho fatto due scatti e quando stavo per fare il terzo lui non c’era più, era già scomparso. Ecco un esempio del rapporto fra il dito e il cuore.
Non è grazie a me né a un mio particolare talento che abbiamo avuto questo grande uomo nel nostro paese. Sono tuttavia orgoglioso che almeno un risultato del mio lavoro non si sia perso nella banalità come altri. Lascio al mondo qualcosa che sopravviverà a me stesso e questo succede a poche persone; in questo senso mi sento molto felice. Quest’immagine non mi ha fatto guadagnare dei soldi, ma oggi mi consente di essere in Italia davanti ad una platea che mi ascolta. Non mi piace essere applaudito come se fossi un grande genio, sono solo un uomo normale che ha avuto la fortuna di aver scattato questa foto.

 

Le ingiustizie

La mia carriera nasce anche dalla consapevolezza di vivere in un mondo ingiusto, consapevolezza rafforzata dall’avvento del capitalismo. Quando non ero ancora un fotografo professionista e giravo per le strade con una piccola macchina fotografica una delle cose che mi hanno colpito maggiormente è stata l’immagine di una bambina piccola, di tre, quattro anni, che guardava dentro una vetrina ricchissima di gioielli. La bambina era come me che allora per vivere vendevo biglietti della lotteria per strada. Non ho scattato questa foto per pubblicarla o per qualche uso personale, ma perché il sentimento dell’ingiustizia che avveniva davanti ai miei occhi ha animato il mio cuore che ha immediatamente sollecitato il mio dito. Questa è la foto che più mi emoziona. E anche quando sono diventato fotografo professionista non ho smesso di cercare queste realtà.

 

L’amore per la rivoluzione

Quando è scoppiata la rivoluzione e ho saputo che Fidel Castro stava entrando all’Avana, sono sceso in strada con la mia macchina fotografica e ho cominciato a captare tutte le manifestazioni di entusiasmo del popolo cubano. Non ho chiesto alcuna ricompensa, ho fatto un lavoro volontario, portando le foto nelle sedi dei giornali e in quella del partito di Castro. Così mi sono innamorato della rivoluzione.
Quando ho sentito parlare Castro la prima volta, in piazza della Rivoluzione. mi sono reso conto che questo era l’uomo che volevo governasse il mio paese. E non ho mai cambiato idea, non mi sono mai pentito. Anzi, la situazione generale mi conferma sempre di più che vale la pena di essere al fianco di un uomo così.

 

IL CHE E FIDEL RACCONTATI DA KORDA

 

Fotografo indipendente

Io non ero il fotografo del Che, ero solo un fotografo che lavorava a contratto per i giornali, e non ero nemmeno il fotografo di Fidel, anche se sono diventato poco a poco il suo fotografo personale, non quello

ufficiale. Non ho mai ricevuto un salario da lui, ho sempre lavorato a contratto. Con Fidel avevo un rapporto di maggiore vicinanza e di amicizia e ce l’ho ancora. Non posso dire invece di essere stato amico del Che. Lui sapeva che ero stato un fotografo della rivoluzione, ma non c’era un vero rapporto di confidenza tra noi.

 

La partita di golf

Il Che era un uomo austero, non amava molto la pubblicità né essere fotografato. Pensava che tutto quello che faceva lui avrebbe potuto essere fatto da qualunque altro uomo sulla Terra. Era molto difficile presentarsi davanti a lui con una macchina fotografica, ma quando era insieme a Fidel non poteva evitarlo. Il giorno in cui ho scattato le foto della partita di golf ad un certo punto mi ha detto: “Smettila di fare foto ché sembri un fotografo yankee. E poi quel rullino costa dei soldi sudati”. Io ho pensato: “Ma cosa gli importa, il rullino l’ho comprato io con i miei soldi”.

 

Il taglio della canna da zucchero

Altre mie foto lo ritraggono in mezzo ad un campo, mentre sta su una macchina per tagliare la canna da zucchero. Il giornale per cui lavoravo mi aveva mandato a fare il servizio a cinquecento chilometri da L’Avana. Riuscii a trovare il Che soltanto alla sera, nella casa dove andava a riposare. Arrivò sporco, come un qualsiasi contadino dopo una giornata di lavoro. Io lo accolsi tutto contento, dicendogli che mi mandava un giornale per fare un servizio su di lui. “Di dove sei?”, mi domandò. “Dell’Avana”, risposi. E lui, insistendo: “Dell’Avana campagna o dell’Avana città?”.
“Sono della capitale, della città”.
“Hai forse tagliato la canna qualche volta?”
“No, sono un uomo di città, non l’ho mai fatto”. Lui allora si rivolse a uno dei suoiaiutanti: “Porta un machete per quest’uomo, è giornalista dell’Avana che ci aiuterà nel taglio della canna con la zappa del popolo”. Poi, rivolto a me: “Ci vediamo la prossima settimana”. Ho dovuto tagliare la canna da zucchero per una settimana prima di potergli scattare le foto. Il Che era un uomo dal carattere molto difficile, ma quando vide il mio impegno nel taglio della canna accettò di farsi scattare qualche foto. Era tremendo. In seguito, ogni volta che dovevo fare un lavoro su Che Guevara avevo un certo timore perché pensavo: “cosa mi farà fare ora?”.

 

Il Che fotografo

Che Guevara era argentino, ma viaggiò in tutta l’America Latina e ad un certo punto arrivò in Guatemala dove il governo fu rovesciato da un colpo di stato organizzato con l’aiuto della CIA per aver fatto la prima riforma agraria del dopoguerra. Lui dovette scappare dal Guatemala e rifugiarsi in Messico. Passò due anni a fare pratica con la sua laurea in medicina e si sposò con una ragazza peruviana da cui ebbe una figlia. In quel periodo si dedicò alla sua professione di medico, praticando anche la fotografia, ma senza grandi risultati. Le sue foto non erano tanto buone. Del resto era un medico, un rivoluzionario, un ideologo, uno scrittore, un poeta, un politico, non poteva fare tutto!