di - 15 ottobre 2017

A letto col potere

Nella vicenda delle attrici famose che, oggi, accusano il grande e potente produttore cinematografico americano, Harvey Weinstein, di averle costrette ad andare a letto con lui, in cambio della possibilità di recitare nei suoi film, leggo due posizioni  contrapposte che non mi convincono. Ci sono coloro che accusano le attrici di opportunismo, perché parlano solo adesso, dopo aver goduto pienamente dei benefici ottenuti grazie alle loro prestazioni sessuali, che comunque avrebbero potuto rifiutare. Ci sono poi coloro che giustificano quelle attrici, perché comunque, in quel rapporto, erano soggetti deboli schiacciati da un uomo potente, che aveva in mano il loro destino. Quindi, di fatto, hanno subito uno stupro e come tutti gli stupri la vittima si vergogna, si colpevolizza, tende a dimenticare, a nascondere. Credo anch’io che un rapporto sessuale strappato con il potere, anziché con la forza, sia ugualmente uno stupro; per certi versi anche più grave di quello compiuto dal balordo ubriaco fuori da una discoteca; tanto più se teniamo conto che, nel caso di Weinstein, siamo di fronte anche ad un uomo pubblico,  addirittura con una spiccata sensibilità sociale, al punto di essere uno dei più generosi  finanziatori del Partito Democratico americano. Detto questo (ed espressa la piena solidarietà alle attrici famose e meno famose “oggetto” delle ripetute violenze), bisogna però anche dire, con forza, che gli stupri, a maggior ragione se compiuti dal potere, dovevano e devono essere denunciati senza attendere anni; che non la vittima ma lo stupratore deve vergognarsi. Denunciare lo stupro ovvero la violenza, anche solo psichica, sotto minaccia alla propria vita professionale, è necessario ed obbligatorio. Non averlo fatto o non farlo significa aver consegnato e  consegnare lo stupratore all’impunità e, pertanto, alla possibilità di proseguire con la violenza su altre donne e ragazze. Da questo punto di vista, il messaggio deve essere chiaro e netto. Anni fa, in un’intervista,  la scrittrice Marie Cardinal ebbe ad affermare: “…Penso che la migliore arma delle donne sia di dire la verità delle loro vite, la verità dei loro corpi”. Perché dire la verità,  nel caso di una violenza sessuale,  significa  assumere su se stesse la responsabilità di cancellare la (immotivata!) vergogna ovvero  di metterla coraggiosamente in secondo piano, per privilegiare  la solidarietà verso le altre possibili vittime degli orchi e del potere, salvandole.  Ecco il punto.