di - 22 ottobre 2017

“Dove non ho mai abitato” (di P. Franchi, ITA 2017)

A Torino, Manfredi, un importante architetto ottantenne (G. Brogi) celebra il compleanno fra amici e collaboratori. Sua figlia Francesca (E. Devos) arriva trafelata in casa, bacia suo padre, si scusa. Viene dall’aereoporto, perché abita da molti anni a Parigi. Solo fugaci visite la fanno incontrare con il genitore e che i rapporti tra i due siano difficili lo si capisce subito dalla reazione di Manfredi, che la rimbrotta per il  ritardo. Costui ha trovato in Massimo (F. Gifuni) il figlio maschio che non ha mai avuto e soprattutto il suo erede, la guida dello studio di architettura al quale vengono affidati incarichi a alti livelli, per prestigio, responsabilità e committenze. Ciò che davvero fa soffrire in una forma quasi ossessiva l’anziano è la rinuncia di Francesca a seguire il suo modello (e quello materno,  giacché anche sua moglie e madre di Francesca, scomparsa precocemente, era architetto di talento): laureatasi in architettura, dopo un breve periodo nel quale aveva seguito qualche progetto, si era accasata con un ricco parigino di nome Benoit, per lui inadeguato, mediocre intellettualmente. Una frattura al femore del padre costringe Francesca a trattenersi a Torino. Intorno al coinvolgimento di Francesca nell’ambiziosa ristrutturazione di una magnifica casa  a ridosso di un lago nelle colline torinesi, destinata a una giovane coppia di ricchi, ruota tutta la vicenda ulteriore: con la riscoperta delle proprie doti, di affetti nascosti e la scoperta di nuovi.

La critica ha accolto il film come un bel ritratto sociale di borghesia dei nostri tempi (peraltro molto meno politicizzato de Il capitale umano di Virzì, di ben altra stoffa), e c’è chi ha evocato i nomi di Antonioni – per l’elemento della non comunicabilità – e Visconti – per l’attenzione e l’eleganza degli arredi e delle locations, forse. Un giudizio benevolo, giacché si tratta di una pellicola priva di complessità, prevedibile, a tratti melassosa, con alcune scene che sfiorano il ridicolo; senza contare il ricorso a espedienti artificiosi per passare al momento successivo e diversi dettagli nella ricostruzione degli eventi che non quadrano, come lo spettatore perspicace nota facilmente. La recitazione è migliore, con un Giulio Brogi a suo agio nel ruolo di un burbero ma dolce anziano e soprattutto grazie a Emanuelle Devos, di presenza intensa e sofferta, l’immagine di donna antica: ella riesce a esprimere quel poco di pathos vero che a nostro avviso emerge soltanto nel  finale, un finale che tocca le corde universali e sensibili della chiusura in se stessi, nell’ordinario, dopo aver tentato una fuga in avanti alla ricerca di quanto sembra donare e forse davvero dona sentimenti autentici. Qui, nei minuti conclusivi, per quanto annunciati, ci si avvicina persino a qualche suggestione di opere di ben più elevata qualità, Adele H. di Truffaut, e ancora più Breve Incontro di Lean, probabilmente una delle più belle storie di adulterio e del senso dell’incompiutezza e delll’autocensura della storia del cinema (un gradino sotto In the Mood for Love di Wong Kar-wai). Ma il 48enne Paolo Franchi, con all’attivo solo quattro lungometraggi e qualche premio, ha molta strada da fare per potersi accreditare come regista di spicco nel panorama pur non particolarmente esaltante (ma nemmeno deprimente) del cinema italiano attuale. Una bella fotografia, alcune inquadrature studiate, la linearità elegante degli arredi, il cappotto nero di Gifuni, e un intreccio, non bastano a costruire una storia capace di coinvolgere e di trasmettere qualcosa di importante.

VALUTAZIONE: 2.5/6