di - 30 ottobre 2017

Saviano tra Gomorra e “ius soli”

Roberto Saviano sembra essersi imprigionato in Gomorra; forse ha perduto la chiave per uscirne. Non si spiega altrimenti il bisogno costante di leggere la realtà come viziata dallo scontro quotidiano fra legalità ed illegalità (con quest’ultima savianamente descritta come quasi sempre trionfante). Come se non ci fossero altri punti di vista possibili. Giorni fa, sull’Espresso, lo scrittore napoletano ha pubblicato l’ennesimo articolo, con il quale, difendendo la legge che introdurrebbe nel nostro ordinamento lo “ius soli” (che poi, in verità, quel diritto c’è già, semmai si tratta di ampliarlo ed anticiparlo), argomenta di fatto con la necessità di impedire che i “senza cittadinanza” diventino delinquenti. Saviano afferma, in sostanza, che la mancanza di quel diritto è l’anticamera di possibili fenomeni criminosi: “laddove c’è il diritto , la periferia dismette la sua necessità criminale” (peraltro affermazione che appare fin troppo perentoria). Ipotizzando, perciò,  che le centinaia di migliaia di bambini senza cittadinanza, che abitano il nostro paese, siano di per sé possibili abitanti di una qualche Scampia senza legalità, quindi contigua all’illegalità come esito più che possibile. Questa equazione “niente cittadinanza uguale possibile degenerazione delinquenziale” non mi convince e non mi piace. Questa drammatizzazione esasperata, del resto, è la stessa usata dai Ministri dell’Interno e della Giustizia: lo ius soli (o meglio lo “ius culturae”) serve perchè chi è senza quel riconoscimento è possibile che fuoriesca dalla zona grigia del diritto a metà (cito il Ministro Orlando) per entrare in quella nera del delinquere. Insomma, lo “ius soli” come prevenzione. In fondo, però, drammatizzare il bisogno di cittadinanza per ragioni di ordine pubblico ovvero di legalità è un altro modo di cavalcare la paura, affermando tuttavia di voler fare esattamente il contrario. Svilisce quel diritto a pura esigenza di “autodifesa”. Si equipara la mancanza della cittadinanza ad un’emergenza straordinaria, mentre più semplicemente è un’esigenza ordinaria. I miei vicini di casa sono emigranti letteralmente arrivati in Italia con il “gommone”; sono ottime persone, lavorano, pagano le tasse, i loro figli studiano, giocano con i miei figli, fanno parte di squadre di calcio, partecipano all’attività scolastica; non sento da loro alcuna differenza e non voglio sentirla; meritano la cittadinanza e non perchè altrimenti potrebbero essere risucchiati dal mondo della criminalità, ma perchè quel diritto completa un percorso, da senso pieno al loro essere e sentirsi parte sostanziale di questa comunità. Non di prevenzione si tratta, ma soprattutto di un doveroso riconoscimento di un diritto conquistato. Si tratta di civiltà prima che di ordine pubblico. Punto e basta.