di - 7 novembre 2017

Le politiche migratorie viste da Marx

C’è voluto un economista di studi marxiani, che evidentemente ha fatto proprio il monito di Ludwig Feuerbach di tornare con i piedi per terra (“mettere le cose al loro posto”), per avere riflessioni di buon senso e pragmatiche rispetto alle politiche sulle migrazioni. E’ Branko Milanovic che, oltre ad essere il recensore del libro di Piketty dal titolo “Capitalismo nel XXI secolo”, ha riflettuto e studiato a fondo il tema della disuguaglianza, distinguendolo -non a caso- dal concetto di povertà (che presuppone una condizione quasi senza uscite). Dentro questo suo ragionare, ha riconosciuto e riconosce come sbagliato non misurarsi, a mente aperta, con le preoccupazioni di chi, nei paesi più “avanzati”, colpito dalle disuguaglianze della globalizzazione e dell’automazione, si oppone all’arrivo dei migranti avvertiti come competitori insidiosi in un mercato del lavoro che si va restringendo. Ma Milanovic va oltre, sfidando i luoghi comuni di una parte della sinistra anche nostrana, nonché l’aperturismo acritico ed emotivo della Chiesa. Se Latouche, sempre da sinistra, mette in guardia dalle migrazioni come “svuotamento” di pezzi interi di Africa, lasciando al degrado ecosistemi delicati e da curare; Milanovic pone l’accento sulle migrazioni come fattori di tensione all’interno delle società che accolgono più o meno apertamente, ma anche sulla disuguaglianza fra chi riesce a fuggire da un paese povero e raggiunge il paese più ricco (peraltro scelta assolutamente razionale) rispetto a chi resta nella miseria. Lo studioso, conseguentemente, ragiona su come intervenire per sradicare la disuguaglianza cronica fra paese ricco e paese povero, evidenziando che comunque si tratta di scelte di lungo periodo;  ma anche su come prevenire la disuguaglianza racchiusa nel privilegio della nazionalità che, oltre ad essere una condizione di privilegio per il “nativo”, lo diventa anche per il migrante rispetto ai territori lasciati dietro; una nazionalità che cristallizza o diventa un fine esclusivo, alimentando quindi nuove conflittualità fra chi arriva e vuole avere, chi c’è ed ha paura di perdere. Perciò Milanovic formula alcune proposte che hanno al centro proprio l’obiettivo di rendere più flessibile il concetto di nazionalità, di renderne l’acquisizione un percorso graduale e non necessariamente conclusivo, cercando di ridurre conflitti e squilibri. Immagina una sorta di circolarità fra chi c’è, chi parte, chi resta. Pragmaticamente Milanovic critica l’idea che la risposta alle migrazioni stia tutta dentro la solidarietà dell’accoglienza fine a se stessa, anche se solo in attesa del -necessario- riequilibrio fra economie. Così afferma: “Un’alternativa a questo modo di pensare è un sistema in cui i migranti ottengono man mano più diritti all’interno del welfare di accoglienza”. L’economista poi aggiunge altri “correttivi”: dalla necessità di prevedere (è un’ipotesi già formulata dall’ex ministro del lavoro del Presidente Clinton, l’economista liberal Robert Reich) una maggiore quota di migranti temporanei, senza necessariamente ipotizzare una conseguente stabilizzazione, alla possibilità di rendere obbligatori per i migranti periodi di lavoro nel paese d’origine ovvero di sottoporli ad una maggiore tassazione, i cui proventi siano poi reinvestiti a vantaggio di coloro che sono i “perdenti” della migrazione all’interno ed all’esterno dei confini nazionali. Questa differenziazione/gradualizzazione delle politiche dell’accoglienza, sostiene Milanovic -ed io condivido-, è preferibile all’attuale stallo fra chi fugge e chi resiste, chi soffia sul fuoco del malessere, chi lo ignora con una scrollata di spalle, chi ritiene che non sia un problema, chi lo vede solo come un problema. E’ la grande sfida di questo secolo; serve tempo e serve anche una strategia con una visione planetaria. Serve la politica intesa come capacità di costruire soluzioni concrete, senza necessariamente rinunciare alle idee ed alle emozioni. Sapendo però che le scelte poi devono planare su terre spesso accidentate.