di - 14 novembre 2017

Fabio Fazio sa di Stock 84

Per  una sorta di casualità, domenica scorsa mi sono soffermato su “Che tempo che fa”,  la trasmissione del molto progressista e molto ben pagato Fabio Fazio. E’ stato come entrare in certi bar che sanno di antico, con i tavolini in formica, la bottiglia di Stock 84 ancora in bella mostra, qualche pasta dimessa e schiva; un paio di clienti affaticati al solo pensiero di doverci tornare anche domani, ma senza immaginarsi alternative meno deprimenti.

Ecco, Fazio mi ha fatto la stessa sensazione:  un qualcosa di ineluttabile e parecchio noioso. Non la noia “vitale” raccontata da Alberto Moravia (la noia addirittura come “molla  della storia”); ma la noia noiosa, quella che fiacca i sensi, intorpidisce, quindi ti lascia davanti alla televisione immobile, fermo come il  pitone alla fine di un ricco pranzo.

Nelle trasmissioni di Fazio (che poi è la solita con nomi diversi, una grisaglia consunta che tuttavia fa sempre la sua porca figura) il cantante ospite canta sempre una canzone bellissima o è comunque un gradito ritorno, lo scrittore ha sempre scritto un libro avvincente, l’attore o l’attrice recitano sempre  in un film da non perdere, il  politico dice  sempre qualcosa su cui il bravo presentatore trova comunque da convenire, evitando,  da provetto sciatore, ogni paletto o spigolo. Il tutto condito poi dalle incursioni di Luciana Litizzetto che, francamente, non mi fa più sorridere da almeno un lustro, prevedibile nelle battute e nelle sue “vittime”, come è prevedibile un libro di Federico Moccia.

Tuttavia sarebbe sbagliato prendersela con Fabio Fazio, a suo modo un raffinato interprete dalla televisione pseudo-impegnata e pseudo-socialmente sensibile.

La ripetitività, la recita a soggetto, il format che si autoriproduce  all’infinito sembrano ormai la cifra del nostro panorama televisivo;  dove le stesse trasmissioni di approfondimento sono infarcite di personaggi che sono diventati  le maschere di copioni già scritti; recitano parti rodate, pensate a posta per indignare o strappare applausi, unite però nel solidale obiettivo di fare (poca) audience. Dovrebbero almeno riconoscere  allo scomparso Aldo Biscardi di avere inventato già tutto lui con il suo “Processo del lunedì”. Sapevi  che era solo e banale intrattenimento,  che tutto era finto,  le liti, le accuse, le smentite, ma ti ci disponevi senza altra pretesa o aspettativa, se non quella di essere accompagnato delicatamente tra le braccia di Morfeo,  liberato dal rischio di troppi sussulti o patemi prima di abbandonarti al meritato sonno.

Con Fazio e gli altri è un po’ lo stesso addormentarsi,  magari anche meno rilassati, solo un po’ più intorpiditi.  E’ la noia descritta dal filosofo Svendsen. Quella che da la sensazione di essere prigionieri.