di - 30 novembre 2017

Taranto, l’ultima beffa

Nel 2013, quando l’Amministrazione straordinaria dell’Ilva commissariata decise la copertura dei parchi minerali (ndr. da non confondersi con parchi minerari, che indicano un ambiente sottratto alla produzione per la conservazione del luogo a fini di visite turistiche), la principale fonte di inquinamento da polveri sottili di Taranto, l’ordine degli architetti della città jonica denuncò che l’altezza delle coperture avrebbe penalizzato il panorama. Naturalmente le vibrate proteste degli architetti caddero nel vuoto. Infatti, impedire al vento di trasportare nel quartiere Tamburi, limitrofo allo stabilimento Ilva, l’inquinante ritenuto la principale causa dell’elevato livello di malattie respiratorie dei cittadini di Taranto era una priorità assoluta.

Un mese fa, il neoeletto sindaco di Taranto Rinaldo Melucci e il presidente della Regione Puglia, il magistrato in aspettativa Michele Emiliano, hanno presentato un ricorso contro il decreto che contiene le prescrizioni ambientali a cui la nuova Ilva deve adeguarsi a corollario della vendita dello stabilimento alla cordata AmInvestco.

Qual è la prescrizione fondamentale del decreto? La copertura dei parchi minerali, i depositi di materiale ferroso e volatile alti come piccole collina che inondano Taranto di polveri di ferro. Un’operazione ritenuta prioritaria dai tecnici che hanno redatto l’Aia (autorizzazione integrata ambientale) e persino della nuova proprietà che si è impegnata ad accelerarne la copertura in tempi più brevi di quelli previsti. Per quanto possa sembrare paradossale e al limite dell’inverosimile, il sindaco e il governatore, i rappresentanti del territorio, si oppongono alla principale misura ambientale a favore dei cittadini di Taranto.

In attesa che si pronunci il TAR di Lecce, il ministro Calenda ha interrotto le trattative per arrivare all’accordo sindacale, indispensabile per chiudere il contratto di vendita dell’Ilva, sottolineando che rischia di saltare un investimento di 5,1 miliardi di euro, il più grande di una multinazionale al Sud dal Piano Marshall.

Alcuni pericolosissimi industrialisti e liberisti, tra cui l’ex-segretario della Fiom e attuale segretario confederale della Cgil, Maurizio Landini, hanno chiesto alla Regione Puglia di ritirare il ricorso e di consentire alla trattativa di ripartire. Il segretario della Uilm, il tarantino Rocco Palombella, ha definito il ricorso “un’operazione sciagurata”, il segretario della Cisl, Annamaria Furlan, “un grave errore”.

In gioco ci sono circa 10mila posti di lavoro diretti e altrettanti nell’indotto, la definizione di circa 5mila posizioni di cassa integrazione attualmente attive. In sintesi, l’intera economia di una città stremata da sei anni di battaglie attorno al suo asset principale. Definire in tempi brevi la vertenza e il ricorso e chiudere il contratto di vendita dell’Ilva non è una priorità solo per Taranto e la siderurgia. In gioco c’è la credibilità di un Paese nei confronti di un investitore internazionale, il leader globale dell’acciaio ArcelorMittal, disposto a scommettere su un rilancio industriale di Taranto fondato sulla riconversione e la messa in sicurezza ambientale. Gli investitori internazionali potenzialmente interessati all’Italia non guardano alle classifiche del Doing business, ma al reale andamento delle operazioni greenfield e di acqusizioni delle multinazionali.
Lo spettacolo che offriamo non è attraente.

[tratto da Il Sole 24 Ore]