di - 4 dicembre 2017

Penisola di cemento

I cambiamenti climatici, senza una netta inversione di marcia (cosa piuttosto improbabile che accada) dei Paesi sviluppati nel consumo di energia, da qui a une trentina di anni, sviluppando l’innalzamento degli Oceani potrebbero far scomparire la quasi totalità delle coste italiane. E con loro tutte le città e i paesi che si affacciano sui nostri mari. Ma certo non dobbiamo aspettare altri decenni per assistere allo scempio della colata di cemento continua che invade la penisola.

Ora ci si mette pure il WWF (World Wildlife Fund), meritoriamente, a ricordarci che nelle 14 aree metropolitane italiane la percentuale della superficie urbanizzata dagli anni ’50 a oggi è più che triplicata (si è passati dal 3% al 10%) e in città come Milano e Napoli si è andati ben oltre, nello stesso periodo, passando dal 10 al 40%. Lo rileva il WWF (alla vigilia della giornata mondiale del suolo del 5 dicembre), pubblicando un report inedito (con le elaborazioni del gruppo di ricerca dell’Università dell’Aquila che da anni collabora con l’associazione), sulle 14 aree metropolitane che coprono 50mila kmq e interessano circa 1.300 comuni (16% del totale), dove risiedono 21 milioni di abitanti, pari al 40% della popolazione.

Dal 1950 al 2000, l’urbanizzazione è salita da 84mila ettari a 300 mila ettari, con un aumento medio del 260%, dichiara la presidente del WWF Italia Donatella Bianchi. “Questa crescita impetuosa è dovuta – ricorda il WWF – a un incremento demografico che si è concentrato nel territorio dei comuni delle aree metropolitane (Bari, Bologna, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma, Torino, Venezia) facendo registrare dal 1951 al 2001 un aumento di ben 12 milioni di persone (circa 2,5 milioni di abitanti in più ogni 10 anni), mentre nel decennio dal 2001 al 2011 l’energia del fenomeno è diminuita con solo 600mila nuovi abitanti”.

 

I ricercatori dell’Università dell’Aquila, coordinati dal professor Bernardino Romano, del comitato scientifico del WWF, evidenziano come si sia passati dal 1950 a oggi da una densità abitativa di 305 ab/kmq agli attuali 426 ab/kmq, valori superiori alle medie nazionali del periodo (157 ab/km nel 1951 e 197 ab/km su scala nazionale). Nelle aree metropolitane di Napoli e Milano l’indice di densità abitativa raggiunge valori di 10 volte superiori al valore medio nazionale.

Come rilevato da Istat e ricordato dal WWF, “tra il 1946 e il 2000 sono stati costruiti in queste aree oltre 2 milioni di edifici a uso residenziale, pari a 37mila edifici ogni anno, corrispondenti a 100 edifici al giorno. I dati degli ultimi 10 anni (2001-2011) mostrano come l’energia di tale fenomeno sia diminuita (180.000 nuovi edifici contro i 400.000 mediamente realizzati per ogni decennio precedente) ma comunque non del tutto esaurita. Gran parte di questi nuovi involucri edilizi sono concentrati nelle aree metropolitana di Roma (circa 35.000) e di Torino (circa 21.000)”.

Nel rapporto tra edificazione e variazione demografica, il gruppo di ricerca evidenzia nel territorio della città metropolitana di Messina, a fronte di un aumento di circa 200 abitanti (2001-2011), la realizzazione, nello stesso periodo, di oltre 8.300 nuovi edifici, quasi 37 per ogni nuovo abitante. Mentre nella città metropolitana di Napoli tre nuovi edifici sono sorti per ogni abitante perso; Cagliari invece ne ha realizzati 2 per ogni nuovo abitante. L’analisi dell’indice di non occupazione delle abitazioni (numero di abitazioni vuote rispetto al totale delle abitazioni calcolato su base comunale) denota un valore medio molto basso pari al 16% (la metà dell’omologo valore rilevato in Appennino). Il valore più basso si registra nell’area metropolitana di Milano (solo il 6% delle abitazioni risulta essere non occupato) mentre i valori più elevati sono stati riscontrati nei territori delle città metropolitane di Reggio Calabria, Palermo e Messina.

Un disastro che continuerà ad accompagnare noi, i nostri figli e i nostri nipoti per i decenni a venire. Sempre che il mare non decida di fare “giustizia” di questi dati e di tanta raccapricciante realtà.