di - 4 dicembre 2017

RANCORE E’ ANCHE IL NOME DI UN RAPPER (IL CENSIS, I GIOVANI E L’ITALIA)

Attingendo dal solito evocativo dizionario, il Censis (prestigioso centro di ricerche sociali) ha presentato il tradizionale (tradizione insidiata solo dal libro natalizio di Bruno Vespa) Rapporto sullo stato dell’Italia. Il vocabolo quest’anno, che riassume l’umore del paese, è rancore, specialmente tra le giovani generazioni. Dalle anticipazioni e dagli stralci del Rapporto,  si intuisce che quella parola è usata con una certa vena polemica verso una società che sembra troppo pessimista, troppo ripiegata su se stessa, troppo impaurita di arretrare dal proprio “benessere”, mentre la crisi piano piano si andrebbe allontanando.  La critica ovviamente si fa più forte verso il rancore manifestato dai giovani. Se gli austeri studiosi del Censis, però, frequentassero quel mondo, non solo attraverso i loro questionari ed algoritmi scientifici, saprebbero che Rancore è anche il nome di un rapper molto ascoltato fra i giovani e giovanissimi, che ha scritto una straordinaria canzone  dal titolo “Sunshine”; nella quale – oltre a Togliatti che recita Virgilio- si racconta di “cieli” e di  “universi neri”, di penne biro che sputano “bile”; mentre un altro rapper, dal nome Mezzosangue, urla frasi come: “non ho mai chiesto niente a parte l’odio/ è tutto ciò che serve/ è il respiro di chi ha poco”. Non è un caso, poi, che i nomi di quei cantanti, ascoltati spesso solo attraverso la rete ma molto diffusi fra gli adolescenti, si chiamino Tormento, Danno o Nitro. Quella violenza di linguaggio esprime uno stato d’animo reale, ma non si può registrare quella condizione, senza analizzarne e capirne al fondo le cause. Pur nella (lenta) ripresa economica, l’ Italia, rispetto alla media europea, è assai indietro per numero di giovani occupati, mentre ha il tasso di disoccupazione più alto, come più alta è la percentuale di giovani che non studiano, né lavorano, i cosiddetti “neet” (not in educationi, employment o training). Se hai un figlio adolescente, ogni giorno ti misuri con una scuola che ha perso lo smalto educativo, che forma poco e spesso male, che non garantisce una seria continuità didattica, che fa dell’alternanza scuola-lavoro (un giusto obiettivo) in buona parte il solito adempimento formale con poca sostanza. Quindi non credo che ai giovani si possa rimproverare un sentimento di “rancore”. Tanto più –mi si permetta l’inciso- lo può rimproverare il Censis che, da lustri, anche con una certa albagia, ci racconta i vizi e le colpe di un’Italia indolente e furba, che non ha fiducia nell’ascensore sociale e, da qualche anno, quel racconto lo fa attraverso il proprio segretario generale, che si chiama Giorgio De Rita, figlio “fortunato” (a proposito di ascensore sociale funzionante) del capo storico di quel centro di ricerca, tal Giuseppe De Rita. Tornando al tema, ripeto che ai giovani non credo che si debba fare una colpa se provano rancore, quanto –questo sì- la sostanziale incapacità di assumere quel sentimento come  forza positiva di impegno collettivo e diffuso. Di questa dose di indolenza certo noi genitori ci portiamo una grande responsabilità; mentre i giovani che vediamo impegnati in politica appaiono, in buona parte, come una sorta di mondo a se, sono piccoli cloni dei loro leader, parlano linguaggi di plastica, più produttori di selfie che promotori di idee e di aggregazioni. Allora i giovani “rancorosi”, e che (sbagliando) stanno ostinatamente fuori dalla politica, devono assumersi la responsabilità del loro destino e, pertanto, del cambiamento necessario. Non ci saranno regali. Nella storia non c’è generazione che non abbia conquistato spazio e potere senza la fatica del “conflitto”. Non si tratta di chiedere, aspettare, auspicare. I giovani devono imparare a prendersi ciò che gli spetta, altrimenti il “rancore” resta solo uno stato d’animo che anticipa il loro fallimento. Che diventa il fallimento di un’intera comunità.