di - 13 dicembre 2017

Matteo Nucci, E’ giusto obbedire alla notte, Ponte alle Grazie Editore 2017, pag. 366, € 18,00.

Un esergo che corrisponde pienamente alla storia, quello del romanzo di Nucci: “Mettiamo fine alla lotta per oggi; poi combatteremo ancora, finché un dio ci divida e conceda agli uni o agli altri la vittoria; ormai scende la notte; è giusto obbedire alla notte” (Iliade VII- 290-293). Nucci, romano,  è stato finalista al Premio Strega col suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici, Ponte alle Grazie 2009.

Diviso in tre parti, Fiume, Fuga, Fame, raccontato ora in terza ora in prima persona,  il romanzo ha una struttura pensata e trascinante, pronto a sorprenderti come un giallo, a giocare sui flash back, a stillare gli elementi orientativi con abilità di pokerista, con fine arte maieutica. Nucci racconta in modo pacato, ma la sua prosa diventa carica di aggettivi o ripete ossessivamente una parola quando vuol fissare meglio la realtà, quando l’emozione e il turbamento tracimano: “la tutina rossa che indossa, rossa che indossa”, sono le parole che martellano il pensiero di un padre.

Siamo lungo il Tevere, oggi. Non in centro città, ma alla periferia, non lontani sono l’ippodromo di Tor di Valle  e  l’aeroporto di Fiumicino. E’ l’attesa dell’alba: “Si era aperto il cielo all’improvviso. All’inizio una massa di luce azzurra aveva rotto l’uniformità buia dell’orizzonte, lingue argentate opalescenti si erano mosse sulla superficie nera del fiume, e il fruscio del vento leggero costante ritmico si era materializzato nei canneti smossi a ondate sulle rive”.

Sul fiume è attraccata una imbarcazione, l’Anaconda, dove si fa servizio di ristorazione, non distanti ci sono casotti prefabbricati, chiatte, una vecchia cloaca dismessa, una capanna più in alto. La gente che ha scelto di vivere lì si accontenta del minimo: una lancia scorre sul fiume per accompagnare due clienti cittadini alla pesca delle anguille; una giovane donna rientra solo a mattina, non si sa da dove; nella cloaca qualcuno si è fatto la sua tana; un anziano misterioso che cammina e canta e  sa a memoria la Bibbia, ha strani giri d’affari; c’è chi sfrutta le sale da gioco con abilità, e non è lontano l’accampamento rom. Tutti hanno un peso da reggere. Ma lungo il fiume c’è anarchia, libertà, e nessuno chiede all’altro la ragione delle sue scelte o informazioni sul passato. Una convivenza che si arricchisce di solidarietà e rispetto.

Che cosa ci faccia un dottore su questa riva non lo sappiamo. Non sappiamo nemmeno se è un dottore vero, anche se ormai se ne è conquistato la fama. “Lavoro l’orto, faccio crescere una vite, seguo le persone intorno”, lui dice. Che è stato un archeologo si scopre piano piano; si capisce perché  per lui siano così importanti lo studio e la ricerca scientifica: “Tutto è in me, sono io che posso guarirla”.

Emerge dal passato una bambina, Teresa. Piccola. E’ per lei che il dottore ha lottato, ne ha alimentato la fantasia e il sogno, ha vissuto in simbiosi cercando per lei ogni possibile momento di felicità. Perché per Teresa è fondamentale vivere il presente nella maggiore gioia possibile. Le storie che il padre inventa la allontanano dal quotidiano troppo pesante, le esperienze che le fa vivere ampliano la magia e le fanno brillare gli occhi, con lo scintillio delle luci di un circo; con le grida festose e le risate, quando, insieme alla cuoca dell’Anaconda, getta del pane ad una nutria che si affaccia dal pelo dell’acqua. Pochi sono i cenni alla sua malattia, ma sufficienti per capire quanto sia grave e quanto dura sia la battaglia.

Se vincesse quella battaglia, lui vorrebbe far cresce la figlia lungo il fiume, perché è un luogo incantato dove il tempo sembra essersi fermato, vicino alla Vallata degli aironi o al luogo della Pace dell’anima.

Combatte con determinazione e caparbietà, perché la speranza di un genitore non muore mai. Finché non la spegne la grande notte, il nulla che scende. Allora tutto si nullifica.

Tante storie si intrecciano a quella del dottore, legate in una tessitura finissima, con un’attenzione ai minimi particolari, come in un susseguirsi di quadri, si tratti di persone, di animali – la storia del cane Lampo o del cane invisibile- ma anche di ambienti. Come sa cogliere le emozioni, altrettanto bene Nucci fissa la voce e il respiro del fiume, coglie l’alternarsi del sole e delle piogge, ci fa sentire la Natura che soffre, come se avesse preso su di sé il dolore della gente: “Il fiume scintillò verde scuro mentre imboccava ormai la discesa. Lontano, a nord, sopra la cupola biancastra dei Santi Pietro e Paolo, il cielo nero era come lacerato e attraverso lo strappo il sole sembrava un lieve fuoco pronto a incendiare i lembi di tela scura per riprendere il dominio dell’etere”.

Il effetti il contesto fondamentalmente non è idilliaco, perché del Tevere possente si coglie il degrado nei cumuli di sporcizia che trascina, ed anche quello delle periferie. Il romanesco parlato dagli abitanti della riva, insieme ad immagini di decadimento, evoca  i Ragazzi di vita pasoliniani ed allo stesso tempo l’autore ammicca ai problemi irrisolti di Roma.