di - 16 dicembre 2017

L’allerta meteo secondo Montaigne

Pochi giorni fa, nella provincia di Pistoia, la Protezione Civile regionale (su indicazioni del servizio meteo) ha fatto scattare (non era mai accaduto) un’ allerta meteo con codice rosso, cioè il più drammatico. Di conseguenza, i Sindaci hanno chiuso le scuole ed attivato le misure conseguenti ad un tale allarme, che sarebbe stato causato da previsioni di pesanti precipitazioni piovose e forte vento. Nei fatti però non è accaduto niente di drammatico; di conseguenza non sono mancate (e non è la prima volta) le polemiche e le proteste per un allarme giudicato da molti eccessivo e sproporzionato.

Lo scorso anno, per lavoro, mi sono dovuto misurare con una ventina di allarmi con codice arancione, che comunque mobilitano risorse, persone, mezzi, salvo dover prendere atto, quasi sempre, che del molto annunciato ben poco (per fortuna) è accaduto.

Tutto questo è normale? Certamente un buon sistema di prevenzione contro calamità ed eventi naturali è necessario; deve essere la normalità, l’ordinario funzionamento, deve essere ispirato al principio di precauzione, quindi certe critiche sono francamente incomprensibili. E’ altresì vero che, se non c’è l’allarme e succede qualcosa, allora si punta il dito contro chi non ha dato l’allarme; se poi c’è l’allarme e non succede niente si punta il dito contro chi ha dato l’allarme rivelatosi poi inopportuno.

E’ purtuttavia altrettanto vero che il numero e la frequenza di allarmi ovvero allerte meteo fanno pensare che  un atteggiamento fin troppo apprensivo sia la regola abusata dai poteri pubblici un po’ a tutti i livelli. Ma non dobbiamo dimenticarci che noi siamo il paese dove si sono processati alcuni dei più bravi scienziati al mondo in materia sismica, perchè non hanno previsto un terremoto. In un clima (non solo meteorologico!) di questo genere diventa fisiologico che il principio di precauzione venga interpretato in senso estensivo, diventando un modo anche per “pararsi le terga”. La scelta amministrativa, di per sé, è sempre una scelta che presuppone discrezionalità, assunzione di responsabilità ragionata. Se però la scelta, ancorchè in buona fede, si trasforma sempre in una colpa, è quasi fisiologico che si tenda a fuggire dalle responsabilità, cercando le soluzioni più blindate e cautelanti. Tutto questo perché, a partire dai pubblici poteri, ormai siamo figli di due illusioni: che ci siano scelte univoche e senza margini di soggettività e di errore, cioè che l’amministrazione pubblica possa essere consegnata sempre e comunque agli automatismi degli algoritmi (peraltro non certo immuni da errori); mentre l’altra illusione è che riusciremo a prevedere tutto, controllare tutto, facendo della natura un oggetto ad uso e consumo dei nostri bisogni. Come se pioggia, vento, sole o neve ci appartenessero. Come se l’inverno dovesse avere comunque il tatto o il garbo di una primavera. Montaigne, un bel po’ di anni fa, stigmatizzò quell’atteggiamento dell’uomo come presuntuoso. Quel richiamo credo sia ancora molto attuale, quasi preveggente: “… La presunzione è la nostra malattia naturale e originale. Tra tutte le creature l’uomo è la più fragile e la più soggetta alle calamità; nello stesso tempo è la più orgogliosa…”. Alla prossima allerta, quindi.