di - 26 dicembre 2017

La Gerusalemme prigioniera

L’esplodere di nuovi scontri (mai veramente sopiti) nel Modio-Oriente, a seguito dell’annuncio di Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, di voler “scongelare” il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, collocandovi l’ambasciata a stelle strisce, mi ha riportato a sfogliare libri, articoli, commenti che, nel tempo, ho accumulato per capire dove e da che cosa o da chi abbia origine quella oramai perenne guerra fra due popoli. Quando ti sembra di aver trovato una risposta, però arretri di qualche tempo e la risposta si ribalta. Ti rendi conto che hanno ragione gli ebrei (l’esodo dall’Egitto, forse, li ha collocati per primi in quella terra che pretendono indicata da Dio), ma forse neanche troppo. Allora ragionevolmente ti fermi e decidi che non ha più senso cercare un senso. Bisognerebbe davvero azzerare il passato e riscrivere di nuovo le ragioni di una possibile convivenza. Arrivi alla conclusione che, semplicemente, Gerusalemme non può essere liberata (Ariosto se ne dovrà fare una ragione), Gerusalemme è prigioniera della sua declamata “sacralità”. La causa di tutto questo intreccio di tensioni e disordini, probabilmente, sta proprio nell’illusione che le religioni possano convivere e dialogare per una sintesi comune; cosicchè Gerusalemme diventa la manifestazione tragica e quotidiana di quella impossibilità. Non a caso lo stesso Papa ha criticato la decisione di Trump in nome di uno status quo da conservare (che di fatto significa non rompere un consapevolmente precario equilibrio). Il problema di fondo allora torna ad essere la religione, quando smette di essere fatto intimo ed individuale per proiettarsi nel mondo con la pretesa di convertirlo. E’, di conseguenza, il rapporto fra religione e potere. O meglio il potere attraverso la religione. Gerusalemme è un nodo inestricabile per questa motivazione di fondo;  perché in quei luoghi –come in nessun altro al mondo- una religione ha scalzato l’altra, ne ha in parte assunto spirito, materia e spazio (la spianata delle Moschee ne è la tragica evidenza), poi riperdendone un po’, alla fine arrivando ad uno stallo di riti e volti che si affrontano, sopportano,  ma senza alcuna vera sintesi. Perchè di fatto le religioni, portatrici di mondi eticamente autosufficienti ovvero di sistemi di valori organizzati e totalizzanti, non possono sintetizzarsi, ma tendono inevitabilmente a risucchiare una l’altra per affermare il proprio “ordine”. Gerusalemme è esattamente il luogo di quella contraddizione, è la faglia di masse rocciose che si sono rotte, si sfiorano, si scontrano; cioè il contrario di quel luogo di possibile sintesi di cui molti scrivono ed hanno scritto. Gerusalemme crocevia pacifico di tre religioni forse è davvero un’illusione. Se fosse questa la verità che fingiamo di non voler vedere? La Gerusalemme tre volte “santa”, ebraica, musulmana e cristiana, è un peso troppo grande per una città, alla quale non si dovrebbe chiedere di essere una sorta di fucina planetaria del sincretismo possibile, ma dovrebbe essere lasciata alla sua vita di comunità aperta, luogo di incontro e convivenza fra persone dalle diverse fedi, sensibilità e culture, senza niente di “sacro” o simbolico. Una città aperta e laica.