di - 1 gennaio 2018

“Wonder” (S. Chbosky, USA 2017, 113′)

Preparate i fazzoletti per le lacrimucce. Ma, sorpresa: stavolta i buoni sentimenti non guastano, non tanto perché siamo all’inizio del nuovo anno ma soprattutto perché si uniscono a un film di qualità, in grado di miscelare capacità registiche inclusa la direzione degli attori e temi di contenuto molto attuali e importanti. Ne viene fuori una piacevole commedia dai risvolti malinconici e con punte di drammaticità incentrata sulla disabilità e la diversità, ma anche su come la coesione e la tenacia della famiglia, l’affetto degli amici, l’intelligenza, la simpatia e il coraggio individuale possano se non risolvere almeno migliorare situazioni di grave difficoltà. Non siamo sorpresi: Stephen Chbosky (Pittsburgh 1970), più scrittore e sceneggiatore che regista, ha dato prova di sé con Noi siamo infinito (2012, tratto dal suo stesso romanzo tradotto in italiano con il titolo Ragazzo da parete), un gran bel film anch’esso collegato all’analisi dell’adolescenza, del bullismo e in generale al mondo della scuola come prova di vita, ossia come luogo dove si cementano esperienze, sentimenti, amicizie al di fuori di quelli familiari, una controprova esterna che è proprio quella di cui più ha bisogno qualunque ragazzo per vari motivi sia alla ricerca della normalità, di un’integrazione autonoma nella società. Non sono poche del resto le vicinanze, sia nelle scene di ambientazione scolastica sia in quelle di ambientazione casalinga, tra Noi siamo infinito e questo Wonder, caratterizzato però da qualche inevitabile concessione al genere del cinema con protagonisti freaks o dai volti sfigurati, con il topico contrasto tra aspetto esteriore e virtù interiori.

La sinossi è semplicissima: un parto infelice a causa della sindrome di Treacher Collins di cui è affetto il neonato, ventisette operazioni per consentire alla creatura nascosta a tutti persino dalle ostetriche al momento stesso della nascita di raggiungere una sostanziale normalità, nell’udire, nel parlare, nel muoversi; gli rimane una brutta deformazione cranio-facciale, che trapianti e chirurgia plastica non hanno potuto sanare. Il bambino, di nome August detto “Auggie” (Jacob Trembley), molto vivace, è perciò abituato a uscire di casa con un casco da astronauta: per la vergogna di essere visto innanzitutto ma anche perché ama le scienze spaziali e quello è per lui il travestimento preferito. Quando la madre (una espressiva Julia Roberts), la cui vita è interamente dedicata alla cura del figlio, propone che Auggie vada alle scuole medie anziché continuare una istruzione da privatista, presso la figlia adolescente Olivia e suo marito Nate (interpretato da un accattivante Owen Wilson) incontra un sostanziale supporto e lo stesso Auggie sente che è giunto il momento di fare questo passo. Il film prenderà sviluppi in parte prevedibili e che non vale la pena di richiamare nel dettaglio.

Adattamento di un romanzo per ragazzi di successo di R.J. Palacio questo è un film commovente, ma che non scade quasi mai nella melassa, nella banale convenzionalità e nel trito moralismo. Forse un po’ “troppo” positiva è la figura del dirigente scolastico, grande protettore di Auggie dinanzi alle vessazioni subite da alcuni compagni e qualche scena di dinamiche tra ragazzi nella scuola sapeva di già visto. Ma nel complesso, apprezzabile e capace di strappare sorrisi di soddisfatta e liberatoria sympatheia. Non guasta un cameo di una sempre affascinante Sonia Braga nella parte della nonna di Auggie.