di - 16 gennaio 2018

Un nuovo Atalante

È in alcune sale d’eccellenza, come l’Odeon di Firenze, un capolavoro del cinema di tutti i tempi: ecco come, coloro che si apprestano a parlare de L’Atalante, cominciano più o meno ogni volta, anche chi non è riuscito a vederlo mai tutto per intero.

L’autore è morto giovane. Si chiamava Jean Vigo e ha lasciato soltanto due film. Il primo ricevette molte critiche nel suo Paese per una rappresentazione alquanto cruda della scuola francese. Il titolo è Zero de Conduìt ed è una piccola meraviglia in bianco e nero dello spirito di autonomia e del vitalismo di alcuni ragazzi dei primi del Novecento, in una scuola, costretti a subire angherie e sciocche punizioni da parte degli adulti. Il secondo film è proprio L’Atalante che prende il nome dalla barca, in realtà una chiatta, che naviga sui fiumi francesi, nella capillare rete di canali che si squaderna attorno alle principali città e lungo tutte le campagne.

Il film inizia con un matrimonio combinato nella chiesa di un piccolo villaggio da dove la ragazza si allontana insieme al marito, il capitano della chiatta che ha altri due ospiti fissi a bordo: il giovane mozzo, e un vecchio marinaio, disincantato e mezzo matto che vive con i gatti e raccoglie cianfrusaglie di tutti i tipi. L’Atalante parte quindi per una nuova vita, con la nuova coppia di sposi, in un romantico si direbbe viaggio avanti e indietro per i corsi d’acqua. Ma fin dall’inizio le gelosie dello sposo e certe ingenuità della sposa minano le fondamenta di un rapporto ancora tutto da costruire. C’è il richiamo di Parigi, mitica e poetica agli occhi della ragazza di campagna e luogo frenetico per il capitano della chiatta.

Sono vari episodi a punteggiare la storia, tra incomprensioni e futili giochi tra i due sposini. Al romanticismo subentra la rabbia, la gelosia fondata (nell’episodio del saltimbanco) e infondata (nell’episodio del vecchio marinaio). Tuttavia sono tre i momenti di grande capacità registica di Vigo che rendono ancora oggi visibile e godibile un film della metà degli anni Trenta del Novecento. Mi riferisco alla geniale carrellata da dietro un’inferriata dove sul lato opposto due gendarmi trascinano un ladro, già picchiato da alcune persone che lo hanno sorpreso a rubare e continuano a seguirlo per urlargli contro. Mi riferisco alla bellissima scena di marito e moglie, ognuno nel suo letto (lui sulla chiatta; lei in una stanzetta d’albergo), che sognano di fare l’amore l’una con l’altro. Mi riferisco alla soggettiva sonora del vecchio marinaio che fa scorrere un dito sul vinile di un disco e si sente la musica, come se il suo dito fosse la puntina del grammofono.

Tre punti di eccezionale competenza filmica del giovane regista francese che Francois Truffaut amava a più non posso, fino a dichiarare che L’Atalante era il più bel film della storia del cinema. Senz’altro in Vigo c’erano tutti gli elementi melodrammatici e filmici che in seguito il regista della nouvelle vague avrebbe utilizzato con maestria.