di - 22 gennaio 2018

La libertà di Prévert

Je suis allé au marché aux oiseaux
Et j’ai acheté des ioseaux
Pour toi
Mon amour
Je suis allé au marché aux fleurs
Et j’ai acheté des fleurs
Pour toi
mon amour
Je suis allé au marché à la ferraille
Et j’ai acheté des chaines
de lourdes chaines
Pour toi
Mon amour
Et puis je suis allé au marché aux esclaves
Et je t’ai cherchée
Mais je ne t’ai pas trouvée
mon amour.

*

Sono andato al mercato degli uccelli
E ho comprato uccelli
Per te
Amor mio
Sono andato al mercato dei fiori
E ho comprato fiori
Per te
Amor mio
Sono andato al mercato di ferraglia
E ho comprato catene
Pesanti catene
Per te
Amor mio
E poi sono andato al mercato degli schiavi
E t’ho cercata
Ma non ti ho trovata
amore mio.

Scegliere una poesia di Jacques Prévert (1900-1977), con l’idea di soffermarsi esclusivamente su questa e sulla poetica del suo autore, senza finire a parlare sulla poesia in generale, è impresa difficile, anzi vana. Soprattutto per chi ha avuto la ventura di cominciare a leggere Prévert in quella fase dell’adolescenza in cui ci si smarca da modelli gregari e omologanti, la poesia di Prévert ha il sapore di una fonte limpida, capace di accendere, se non la speranza, almeno l’illusione che ogni interrogativo sulla vita può prendere la via (o una delle tante vie) della poesia. Basti questa premessa per dire che questo modesto omaggio a Prévert (di cui, fra l’altro, l’anno scorso ricorrevano i quarant’anni dalla morte) si vena di un desiderio profondo di rimeditare il senso di libertà intrinseco alla poesia.

Prévert si getta a capofitto in un’impresa che ha dell’incredibile, puntando al cuore della poesia. Poco importa che questo cuore si composto di Paroles o d’Histoires, o che si traduca in versi rimati o assonanzati, metricamente impeccabili o, per contro, difettosi, in sequenze amorfe di versi annodati fra loro, agglutinati, accavallati ecc., o tout court in prosa, neanche importa – quel che conta è la sua capacità di illuminare il lettore, di accenderlo. E infatti di testi-ponte, non di testi-porta (per i quali si richiedono chiavi esclusive), è fatta la poesia di Prévert. Eppure, soprattutto in certi ambienti letterari, l’opera di Prévert, avvertita come il frutto in varia misura contaminato dal rapporto con la chanson (la grande chanson francese!) o addirittura dall’esperienza del lavoro di sceneggiatura (la grande stagione del “realismo magico”!), è stata emarginata, o letta con distrazione; e anche se non sta a me dirlo, mi pare che proprio la contiguità con queste altre arti possa farci comprendere la cifra originale (e forse irripetibile) di Prévert. Originalità che non credo risieda nella apparente “immediatezza”, qualora questa non sia intesa come l’effetto finale, meraviglioso, di una viva sensibilità, quale si addice a un poeta che non studia a tavolino le questioni del suo ombelico, anzi declina con straordinaria perizia tecnica un “verso” nuovo, che non vuole somigliare a un verso più di quanto la vita non somigli a un sogno, anche quando la poesia non vuole somigliare a una poesia ma si accontenta di essere se stessa nella forma che non poteva non prendere ciò che essa dice. Così, la mia scelta, alla fine, è caduta su una poesia, Pour toi mon amour (nella traduzione di Gian Domenico Giagni, che curò una benemerita edizione di Poesie scelte del poeta francese, per l’editore Guanda, nel 1960, ripetutamente ristampata per anni). Una poesia qualunque, non più famosa di tante altre (da Barbara a Les enfants qui s’aiment a Cet amour), là dove avrei dovuto sceglierne di più, diversificando anche l’argomento (come non ricordare quelle sulla storia e la società, giocate sul paradosso straniante), per chiarire meglio quello che sto tentando di dire. Una poesia che ci mette davanti a un sentimento inatteso quanto raro, con un’architettura d’immagini di tale semplicità che lascia in ciascuno di noi il desiderio di cercare l’amore dove regna la libertà, e la libertà dove la poesia sa ancora parlare d’amore.