di - 4 febbraio 2018

L’eterna “illusione” di mettere le manette alla droga

Tutte le volte che mi capita di leggere di operazioni antidroga, di poliziotti, carabinieri, finanzieri utilizzati per inseguire spacciatori per qualche grammo di cannabis, hashish o anche eroina, mi chiedo se tutto questo abbia senso. Cioè davvero possiamo immaginare che sarà mai vinta, con il proibizionismo occhiuto, la battaglia contro chi sceglie di consumarsi la vita dietro a sostanze che ne alterano la mente, ne debilitano il corpo, ne devastano gli affetti? E, soprattutto, ha senso tutto questo dispendio di risorse e di intelligenze, tanto più quando si lasciano al libero commercio le sostanze alcoliche? Davvero possiamo immaginare di sconfiggere l’abuso di droghe con la repressione, quando ormai è possibile “inventarsi” uno sballo con sostanze apparentemente innocue? Se teniamo la discussione sul terreno dello Stato che deve educare, sui valori da salvaguardare, sulla pedagogia del corpo e dell’anima, su un terreno quasi religioso, allora non credo sarà possibile trovare risposte efficaci a quelle domande. Se, invece, diventiamo finalmente realisti ed affrontiamo quell’argomento con concretezza, allora credo che si possano aprire strade efficaci, certo non dirette alla cancellazione dell’abuso di droghe, ma sicuramente dirette a contenere il fenomeno con razionalità e senza sprecare risorse in una guerra persa da sempre. Pertanto, laicamente, realisticamente, sommessamente, credo che intanto la prima tappa di quel percorso dovrebbe essere –senza più infingimenti- la legalizzazione delle cosiddette droghe leggere. Non sono fra coloro che sostiene non esserci nesso fra uso di droghe leggere e droghe pesanti, anche questa mi pare una posizione dogmatica. Anzi, ritengo che una relazione sia possibile,  come probabilmente c’è anche fra l’uso del vino e poi gli abusi dei superalcolici fino all’alcolismo (che fa più vittime della tossicodipendenze, ma evidentemente è considerato socialmente e culturalmente più accettabile). Per inciso, per lavoro, tempo fa, incrociai una casalinga alcolista dipendente dal Fernet (sì, il famoso Fernet Branca!), che aveva cominciato ad abusarne nella depressa condizione familiare. Perchè, alla fine, tutto ha inizio dalla condizione umana, da quello che uno sente e che cerca. Quindi  –come ha scritto il sociologo Sofsky, in un brillante saggio “in difesa del privato- lo Stato non deve pretendere di farsi padre o madre, pedagogo invadente, ma deve fare il suo mestiere, garantendo una scuola che funziona, servizi efficienti, città gradevoli, spazi pubblici di incontro, di svago e cultura, la possibilità di lavorare, opportunità di scelta. Il resto riguarda l’uomo, la sua condizione umana, la famiglia, le relazioni che si costruiscono, le aspettative, i sogni, le illusioni, gli incubi, le disillusioni. La vita. Un fatto privato.