di - 4 febbraio 2018

(VINTAGE) “Ida” di Pawel Pawlikowski (Polonia 2013)

Pawel Pawlikowski è un regista di origine polacca, nato nel 1957. Allontanatosi adolescente dalla Polonia e vissuto in vari paesi europei (tra cui l’Italia), si è trasferito stabilmente in Gran Bretagna dove ha costruito le tappe essenziali della sua carriera. Colto, eclettico, particolarmente attento alle società e alla storia dell’est europeo, ha curato documentari lontani dai circuiti maggiori ma originali e densi, tra i quali una menzione speciale merita Serbian Epics, un lavoro del 1992 scritto nel pieno dei conflitti nella ex-Jugoslavia. Dal 1998 ha iniziato a dirigere film di finzione (p.es. recentemente La femme du Vème, del 2011). Queste notazioni doverose verso un cineasta e una figura intellettuale di talento non fanno velo a una opinione, come la presente, non entusiastica rispetto al suo ultimo film, che è anche quello che ha dato maggiore notorietà a Pawlikowski.

La sinossi è la seguente. Inizio anni ’60 del XX secolo. Ida (Agata Trzebuchowska) è una giovanissima novizia. Nel convento dove è ospite fin da bambina, avendo perso i genitori ebrei durante le persecuzioni razziali, la madre superiora vuole che prima di prendere i voti la ragazza conosca la sua unica parente vivente, sua zia Wanda (Agata Kulesza). Questa donna ha un passato recente di magistrato dei tribunali della Polonia comunista, e come tale ha servito il regime sino a infliggere pene capitali aglli oppositori politici, come ella stessa ricorda allusivamente. Tra costei donna vissuta, sofferente per le responsabilità politiche legate alla sua professione, dedita all’alcol e facile a storie di una notte e Ida si instaura un rapporto di intesa e affetto reciproco intorno al quale si snoda la parte principale dell’intreccio, che consiste nella ricerca da parte delle due donne della sepoltura dei genitori di Ida; una intesa certo legata agli affetti familiari comuni, alla loro comune identità culturale, che prende corpo anche a seguito di piccoli episodi, di conversazioni ordinarie, di sguardi e di silenzi. La giovane decide, in coincidenza con la morte della zia, di afferrarne l’eredità spirituale, di fare ciò che ella forse si sarebbe aspettata da lei. Avrà un incontro intimo con un giovane sassofonista (jazz, la musica nuova per eccellenza penetrata nell’Europa tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta e che tanto impatto ha avuto sulla cinematografia francese in particolare), che a lungo la corteggia nonostante conosca anche dall’abito la sua più o meno reale vocazione. L’esperienza erotica è solo delineata asetticamente, e poco o nulla riusciamo a capire sulla percezione della ragazza dinanzi ad essa. Del resto neppure nulla di negativo su di essa ci dice la decisione di tornare nella casa che l’ha ospitata da sempre, pronta a prendere i veli, decisione alla quale sono dedicate le insistite carrellate finali sulla sua passeggiata a passo sicuro verso il monastero.

Quest’opera di Pawlikowski, girata in una pur suggestiva tricromia bianco/nero/grigio (né si riuscirebbe a pensarla con una fotografia a colori), non ci ha convinto sino in fondo. Sul piano formale, le somiglianze, che ci è parso di osservare, con autori come Dreyer o Bresson (ma non sono certo esclusi influssi del cinema polacco, quantunque più difficili di cogliere: Polanski? Munk? Kawalerowicz?: sarebbe interessante saperlo dal regista), sono però sprovviste della capacità comunicativa di questi grandi maestri, rimanendo piuttosto superficiali. La tecnica di direzione talvolta al limite del narcisismo fatica a fondersi con la struttura tematica e il discorso narrativo. Il problema non è il soggetto né la sceneggiatura, relativamente banali ma che affrontano aspetti rilevanti, sia sul piano esistenziale sia sul piano storico: la ricerca delle proprie radici familiari travolte dal nazismo, il contrasto tra lo stile di vita di nipote e zia, dal quale tuttavia scaturisce un rapporto e una comunicazione che arricchiscono entrambe, nella loro diversità. Il fatto è che il film, elogiato da molti per la sua capacità di colpire e scuotere la coscienza, di coinvolgere emotivamente, risulta invece piuttosto esile sotto questo profilo e presenta altri limiti oltre a quelli già evocati: così la scontata iniziazione sessuale di Ida, come punto terminale di una educazione sentimentale rappresentata in modo sin troppo ellittico così come rimane piuttosto occultata (per scelta?) e dunque presupposta e dunque non tratteggiata come ci si sarebbe attesi la profondità della fede religiosa di Ida. Brava la Kulesza nelle vesti di Wanda, un po’ statica (non solo per esigenze di copione) la recitazione della protagonista, la virginale e algida Trzebuchowska. Il premio Fipresci al festival di Toronto 2013, altri riconoscimenti ottenuti in rassegne polacche e non solo riflettono per chi scrive una qualche sopravvalutazione dell’opera.

1 aprile 2014