di - 11 febbraio 2018

Andrea Gibellini, Le regole del viaggio, Effigie, Milano 2016, pagg. 48, 12 euro

Noi che amiamo il Pascoli (perché ha innovato, come prodromo germogliativo, la lirica italiana verso le poetiche novecentesche) cogliamo nelle poesie di Andrea Gibellini qualcosa di umilmente vicino. Non solo perché in Coltivo, ma ancora per poco, l’ultima poesia di questa raccolta intitolata Le regole del viaggio, si cita proprio “giovannino” che imbraccia il fucile, ma anche per una classica osservanza del poeta modenese verso il tempo della Natura.

Tutto il libro di Gibellini è una passeggiata nei boschi della nostra poesia, e i sentieri concreti delle lucciole o degli stagni, dei ricci e del muschio, delle foglie e dell’upupa, riconducono a una chiave morale che assorbe il poeta in un pensiero antico, in cui la tradizione si declina tutta nei versi che riportano a noi Fortini, Campana, Pagnanelli e, forse, il contenuto precipitato dell’atmosfera pascoliana, appunto.

È poesia complessa e ragionata, in un certo senso brechtiana, come in Cosa dice l’estate: “devo estraniare/tutto ciò, diverso dalla natura/per quello che sono per natura”. Ecco il nocciolo di questa raccolta poetica, dove l’io è finalmente domato nelle sue esuberanze eppure non si rassegna a decantare la tristezza onirica del quotidiano e il marcio delle cose, e in fondo invece cerca quel piede libero che vorrebbe andare lieto nel mondo che ancora non c’è.

Nella poesia Ho rivisto le lucciole stanotte c’è una densità di riflessione sul mondo e una sensazione di compenetrazione ritmica con l’erba, i prati e gli alberi che trasuda veridicità sensoriale.

In Curriculum vitae le “infinite disposizioni della mente che non cura” sono come un ostensorio che dichiara io non sono qui, che cosa volete da me, o come diceva lo scrivano di Melville: “preferirei di no”.

Nell’elegia della mancanza che è Io possiedo ciò che non possiedo, l’autore raccoglie, con forza cognitiva, tutto il fardello della sua sensibilità e ci restituisce immagini dense di magica commozione.

È un bel libro, maturo ormai, questa nuova raccolta di Gibellini, dove l’autore riesce a dare umanità alle cose naturali, dove i fiumi diventano enti morali tratteggiati nei loro disagi caratteriali e di cui si descrivono le venature empiriche d’ansia. Gibellini si fa monaco certosino, coltiva il giardino del suo viaggio poetico, facendo confluire nella sua lirica le varie voci delle sue tante letture amate. E la raccolta comincia e finisce nello stesso modo, col fare modesto e asociale dell’autore che dichiara nella prima poesia il “sangue diluito alla/sorgente che non conosciamo” e nell’ultima “Coltivo, ma ancora per poco, […] gli araldici occhi di chi guarda il futuro”. Nella negazione del mondo così com’è e quindi nello scansarsi al mondo, Gibellini in realtà riporta dentro questo suo ultimo lavoro tutte le sorgenti letterarie che ben conosce e prosegue a coltivare, non senza esibizionismo, le sue competenze poetiche.