Guerra a Gaza 2009
Volendo risalire alle origini, si potrebbe citare Lev Tolstoj: “Il patriottismo nel suo significato più chiaro, semplice e inequivocabile è solo un mezzo che i governi usano per raggiungere i loro obiettivi, e i cittadini per raggiungere l’abdicazione dalla dignità umana, dalla ragione, dalla coscienza. Il patriottismo è schiavitù”.
Con questa guerra, come con ogni guerra, sulla terra è calato uno spirito malvagio. Un editorialista, probabilmente illuminato, ha descritto le terribili colonne di fumo nero che si innalzano da Gaza come “immagini spettacolari”. Il viceministro israeliano della Difesa ha dichiarato che numerosi funerali che si svolgono a Gaza sono la dimostrazione dei “traguardi raggiunti” da Israele.
1. La tv panaraba satellitare Al Arabiya, ha ripreso in diretta la cronaca dei razzi che hanno colpito attorno a mezzogiorno del 15 gennaio il palazzo sormontato da antenne chiamato Torre di al-Shuruq da dove trasmette anche la tv legata ad Hamas "Ramattan". Sulla tv satellitare Al Arabiya si sentiva la voce concitata e le lacrime della telecronista palestinese che ha continuato per oltre un'ora la diretta mentre si vedeva il fumo che usciva dall'edificio e si sentivano intensi rumori di fondo. Da quel palazzo trasmettevano anche numerosi giornalisti di testate arabe e internazionali. Due giornalisti di Abu Dhabi Tv sono rimasti feriti e il palazzo alla fine è stato evacuato.
Il 2009 comincia con una guerra di nuovo vietata ai giornalisti. I cronisti se ne stanno fuori dalla Striscia di Gaza, a spiare bagliori, a leggere agenzie, a raccogliere notizie di seconda mano e analisi, invece di esercitare il proprio ruolo di testimoni diretti degli eventi. Quello che sappiamo, arriva dalle fonti di propaganda (Israele e Hamas), oppure da alcune Ong e da qualche coraggioso collega palestinese. Siamo nella condizione che si è determinata da anni in Iraq e che esiste in sostanza anche in Afghanistan, provocata in parte dal rischio oggettivo per i giornalisti, ma dovuta anche alla scelta di autorità politico-militari di Paesi democratici come Usa, Gran Bretagna e Israele.
Per costruire, mantenere e affermare l’identità, il monoteismo (antico e moderno) è uno strumento indubbiamente molto efficace: distingue, separa nettamente “noi/gli altri” e, anziché collocare “noi” in mezzo agli “altri”, posiziona il “noi” a parte, come una “unità” assoluta: vi è differenza qualitativa tra “noi”, il cui dio è l’unico Dio, e gli “altri”, i cui dèi non possono essere altro che idoli. Ebraismo, cristianesimo, islamismo sono esemplari sotto questo profilo. Gli “altri”, le altre nazioni, i goim, gli “incirconcisi” (per gli ebrei), i pagani (per i cristiani), rappresentano inevitabilmente “il mondo dell’impurità e dell’errore”.
Quando i grandi giocano alla guerra, i bambini muoiono. Da Gaza, le immagini dei bambini ammazzati, mutilati, terrorizzati invadono i mezzi di comunicazione. Al Jazeera le trasmette in continuazione, inframmezzate a servizi e commenti. Le redazioni dei giornali le accumulano, e si chiedono se metterle in pagina o no, e come. La risposta è facile quando l'esitazione è legata alla crudezza eccessiva, che può ferire lo spettatore. Ma già il verbo "ferire", impiegato nel suo senso traslato in un contesto simile, fa vergognare di averlo pronunciato. Siano pure feriti, gli occhi distratti e illesi degli spettatori: l'eccesso di crudezza non è dei fotogrammi, ma della realtà. Alla realtà si può scegliere di aprire o chiudere gli occhi, chi abbia la provvisoria fortuna di starne alla larga: ma vedere è una condizione per decidere meglio come destinare la propria voce pubblica, o la propria privata preghiera, o anche solo il proprio pianto.
Non essendo un esperto militare, mi astengo dal giudicare se i bombardamenti israeliani su Gaza potevano essere più mirati, meno intensi. Poiché da decenni non sono mai riuscito a distinguere fra morti buoni e cattivi o, come diceva Camus, fra «vittime sospette» e «carnefici privilegiati», sono evidentemente sconvolto, anch'io, dalle immagini dei bambini palestinesi uccisi. Detto questo, e tenuto conto del vento di follia che, una volta di più, come sempre quando si tratta di Israele, sembra impadronirsi di certi mass media, vorrei ricordare alcuni fatti.
I giornalisti e gli operatori dell'informazione in genere, a meno di improvvise e inattese decisioni di Israele in senso contrario, non possono ancora mettere ufficialmente piede nella Striscia di Gaza: lo ha ribadito il ministero della Difesa di Tel Aviv, che ha finora rifiutato a qualsiasi rappresentante di stampa straniera il permesso di accedere a Gaza, adducendo rischi per la sicurezza. Una recente sentenza della Corte suprema israeliana aveva invece stabilito che a otto corrispondenti di giornali stranieri doveva essere consentito l'ingresso nella Striscia.
“Le armi devono tacere. Deve essere concesso il transito degli aiuti umanitari a Gaza, devono ricominciare i negoziati di pace, ma deve anche cessare il lancio di razzi da parte di Hamas su Israele. La Siria deve convincere Hamas ad accettare il cessate il fuoco. Dobbiamo giungere ad avere uno Stato palestinese accanto a quello israeliano. Sono convinto che il presidente Assad farà di tutto per portare i contendenti dalla parte della ragione” (Nicolas Sarkozy, Presidente Francia).
Da Gaza il telefono porta voci roche con sottofondo di sirene, esplosioni, ordini concitati di adulti e pianti di bambini. “Siamo stati bombardati da cielo, mare e terra. Ora ci sono anche i soldati a circondarci”. Eyad El-Sarray dirigeva il Gaza Community Mental Health Programme, l’ospedale della Striscia che è stato distrutto due giorni fa: “Mi telefonano per chiedermi aiuto. Ma io sono il primo ad avere paura”. Poi si interrompe per ordinare a moglie e figli di nascondersi. Il telefono di Abdallah Ali, traduttore, trasmette l’eco di donne impaurite. “Le esplosioni sono orribili”, racconta lui.


